“Imperfette Solitudini”, Marilù Domenici

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TITOLO: Imperfette Solitudini
AUTORE: Marilù Domenici (BIO)
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTRICE DICE CHE Imperfette Solitudini è una storia di donne, meglio due storie ciascuna con una donna protagonista; in realtà si tratta di un romanzo un tantino più intricato e in buona misura divertente, ma lo scoprirete da soli se avrete la voglia di avventurarvi tra le righe. Storie di donne, dicevo, con pochi amici, ma buoni e l’importanza di quelli che non sono presenti risulta più evidente, a sottolineare quanto ne sia permeata l’esistenza di queste due figure femminili che si abbarbicano come possono alla parola scritta, in un modo o nell’altro, per tenersi ancorate alla vita e alla realtà, grazie anche a un ottimismo sgangherato e a un’autoironia innata, l’una, e a una grande tenacia e determinazione, l’altra.

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SARA SCRIVEVA SUI MURI

Il treno portava un leggero ritardo. – “Poco male” – Pensò Sara, – “ho giusto il tempo di andare a fare pipì e sciacquarmi la bocca.”
Ancora trenta minuti e sarebbe arrivata a Milano.
Sapeva poco di Milano, nonostante gli studi fatti e due visite, al volo, tanti anni prima.
Riusciva solo a ricordare il piacere della luce in Stazione e la sua bardatura Liberty; lo stordimento ammaliante dell’interno del Duomo; il disagio del fasto della Galleria Vittorio Emanuele II; il sottile rimpianto di non aver mai visitato la Pinacoteca di Brera, ma quasi l’accantonava, non avrebbe retto all’emozione.

Sara apparteneva alla categoria di quelli che stanno in apnea davanti a un’opera d’arte per un tempo indefinibile in attesa di finire le lacrime…, “Sindrome di Stendhal”, la chiamano. Altro rammarico il Castello Sforzesco, per via di Leonardo da Vinci.
E altre cose, ma se ne corrucciava poco, Milano non era una di quelle città per cui ci moriva e inoltre era sempre stata una tappa di passaggio. Solo che ora era diverso e lei avrebbe voluto aver visto e saputo di più e meglio.
Il suo ricordo più vivido lo conservava in bocca: il sapore di metropolitana.
Comunque considerava tutte le sue lacune imperdonabili, specie per una laureata in lettere con tesi di storia dell’arte.
Si diresse alla toilette, meglio WC, fece pipì, si lavò accuratamente le mani e risciacquò la bocca facendo due gargarismi, riprese un’altra manciata di acqua e la frullò tra i denti, la sputò e se li controllò per bene. Si ravviò i capelli e tornò al suo posto.
Mancavano solo dieci minuti all’arrivo. Scartò un pacchetto di chewing-gum e ne imboccò una, non la masticò subito, prima si dette una ripassata di bistro alle palpebre superiori, indi una di rosso-mattone-spento alle labbra, le richiuse e le pressò insieme. Iniziò a masticare la gomma. Erano le 18:00 e il treno si stava fermando.
Si alzò, prese il trolley e si incamminò all’uscita con passo lieve e al contempo tremante.

La sensazione di benessere che le comunicavano le stazioni ferroviarie, trovava la sua conferma nello splendore opalescente di questa milanese.
Giunse in Piazza Duomo con alcuni minuti di anticipo sull’appuntamento: perfetto. Si guardò intorno, scelse un posto un po’ appartato…, se possibile, prese il cellulare e gli telefonò:
– Ciao. Sono già arrivata, non farai fatica a vedermi, ho una rosa rossa in mano… Ah? Sei in Galleria… Sto sbirciando… aah, aah, aah. –
Mise bene in evidenza la rosa, quantunque non ce ne fosse bisogno: era un’enorme rosa di carta crespa, con un diametro di quasi 30 centimetri!
Ridacchiava e aveva lo sguardo compiaciuto. Forse lui si sarebbe imbarazzato ad andare incontro a una tipa che teneva tra le mani una rosa di tali dimensioni, o forse no.
Intanto Andrea stava camminando, portandosi appresso un orso di peluche.
Non si conoscevano, meglio si conoscevano bene, ma non si erano mai visti di presenza. Solo una foto a mezzobusto e tante, tante, ma proprio tante lettere, un anno intero di lettere a raccontarsi di loro, degli altri, di tutto, senza remore, né freni. E si erano perfino scambiati i numeri di cellulare, ma con la strenua promessa di non chiamarsi a meno di non trovarsi nella stessa città.
Restava vagamente all’oscuro sul suo indirizzo sessuale, su questo avevano voluto mantenere il massimo riserbo.
Chissà perché continuava a pensare che potesse essere gay. Non che la cosa la turbasse, anzi, un amico gay era preferibile a un maschio, persino a una femmina…, era convinta che ci potesse essere più comprensione e meno complicazioni, mah, non restava che attendere: l’avrebbe capito subito, aveva naso in queste cose e inoltre non aveva prenotato né un B&B, né un hotel, o una pensione, niente di niente.
Ok, in caso c’era tempo per farlo.
Lo vide, lui teneva un orsacchiotto di peluche tra le mani, come d’accordo. Sara si agitò, agitò la rosa. Lui vide lei e accelerò il passo, spalancando le braccia…, Oddio sembrava quasi di essere in una di quelle pubblicità da eau de toilette – toilette -, sì, meglio che WC.
Appena furono distanti un pelo, lui l’abbracciò (caspita che a b b r a c c i o : di quelli che ti senti i ferretti del push-up dentro le costole), però lei se l’era quasi aspettato. E la baciò, no, non sulle guance, in bocca, con…, come si dice… alla… ah sì: alla francese! Questo era un po’ spiazzante.
Quando riuscì ad allontanarlo da sé, lo squadrò torva
– No, senti, così non ci siamo: mi hai fregato il chewing-gum! –

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4 thoughts on ““Imperfette Solitudini”, Marilù Domenici

  1. Effervescenza unita ad eleganza, questa è la cifra dello stile narrativo in questo romanzo. C’è ritmo, briosità, ironia, ma mai nulla di banale e persino i puntini di sospensione acquistano un senso in questo contesto. Mi piace davvero, brava!

  2. Lo stile narrativo vivace e brioso fa scorrere agilmente fatti e riflessioni, come paesaggi dal finestrino di un treno. La scrittura è chiara, e allo stesso tempo elegante ed efficace nel rendere vitale, con un pizzico di ironia, la dimensione interiore. Complimenti, un assaggio davvero gustoso, mette appetito…

  3. Ciao. Il brano non è male, ma sinceramente i puntini di sospensione mi sembrano utilizzati in modo eccessivo. Parere personale!

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