“Eiynthra – Quinta Era della Natura”, Jaylin Willow (3)

Eiynthra
TITOLO: Eiynthra – Quinta Era della Natura
AUTORE: Jaylin Willow
EDITORE: Wondermark Libri

L’AUTORE DICE CHE quanto state per leggere è parte di un racconto Fantasy ambientato in terre diverse da quelle oggi conosciute, in un tempo indefinito che non rispecchia né il passato né il futuro dei nostri giorni. Le prime pagine sono riportate esattamente come nel libro, in modo tale che il lettore possa avere ben chiara l’impronta che poi avrà l’intera storia. In aggiunta, ha scelto una piccola scena ambientata all’incirca dopo la metà del libro, dove uno dei protagonisti, Vearìlee, si troverà in serio pericolo. La storia si snoda attraverso differenti Ere. Qui sono riportate parte della Quinta Era della Natura, e ciò che ha dato origine alla Prima Era della Natura, ossia la storia della giovane Annabelle.

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IL KFELGART SINCRAMJ

Ogni notte, prima che il Qidrigi Oscuro terminasse, Vearìlee si recava all’Accademia, nel campo di addestramento dei Guerrieri. Giunto sul posto, attendeva il soldato incaricato di addestrarlo, che molto spesso e volentieri, veniva sostituito da Amyntas, Nerva o Amalric. Quest’ultimo aveva abilità superiori a chiunque altro nelle tecniche di difesa. Amalric capiva ogni volta come parare i differenti colpi, sfruttando i punti lasciati scoperti dall’avversario, per sferrare attacchi mortali.
Il Primo Comandante aveva spiegato agli incaricati di addestrarlo che si trattava di un talento naturale, per cui gli allenamenti mattutini sarebbero stati un supplemento a quelli serali, tenuti dopo le ore di studio dell’Accademia. Per non destare troppi sospetti, Amyntas raccontava d’istruire personalmente Vearìlee, in un posto lontano dal campo di addestramento dei Guerrieri.
Come ogni altro giorno, all’inizio dell’allenamento mancavano diversi minuti, e Vearìlee era già sul campo in attesa del suo Maestro, così come le aveva insegnato Neelam la prima volta “Bisogna sempre arrivare in anticipo, prima dell’arrivo del Maestro”. Da allora non era mai stato considerato in ritardo, per quanto i suoi orari erano divenuti improponibili. Da tre anni, ormai, dormiva al massimo quattro ore per notte, mangiando rapidamente quando ne aveva occasione e dividendo le sue giornate sempre nello stesso identico modo: sveglia, rapida colazione e preparazione, allenamento mattutino per la via del Guerriero, lezioni all’Accademia, esercitazioni per la via della Magia fino al Qidrigi Oscuro, una cena veloce, e poi studiare fino all’inoltrarsi del Qidrigi Oscuro. Infine dormiva il tempo rimastogli, anche se, in rare occasioni, capitava di doversi privare anche di quello. Sembrava incredibile come potesse resistere a una simile fatica, ma per lui era ormai abitudine.
Vearìlee ancora non sapeva chi avrebbe avuto come Maestro in quell’occasione. Si aspettava d’incontrare il Comandante di Secondo Grado Nerva, dato che erano molti giorni che non aveva uno scontro con lui. Nerva era un Guerriero molto abile, e il suo punto di forza era certamente la dedizione e la volontà nel servire Eiynthra e la Natura. La sua condotta era sempre stata impeccabile, così come il suo stato di servizio. Doti che gli garantivano un grande prestigio, e che per questo meritava di essere preso come esempio da seguire. I minuti passavano, ma nessuno ancora si era intravisto.
A un certo punto, Vearìlee sentì dei passi leggerissimi provenire alle sue spalle.
“Percepire il minimo cambiamento”
Suppose di essere nuovamente sottoposto a una prova di abilità, e prima che la figura fosse alle sue spalle, si voltò con il busto per smascherarne le intenzioni. Vearìlee sentì l’agitazione crescere quando trovò un Kfelgart Sincramj a pochi passi da lui, pronto a colpirlo. Il movimento eseguito per voltarsi, gli permise di scattare lateralmente, evitando il primo colpo che sicuramente sarebbe stato fatale. Il Kfelgart mostrava una determinazione e una rabbia che Vearìlee non aveva mai affrontato prima d’ora. I combattimenti effettuati fino al giorno prima avevano il compito di addestrarlo, e per questo non aveva mai percepito cattive intenzioni da parte dei suoi avversari. Il Kfelgart possedeva un pugnale dalla lama rosata, il che significava che l’arma era avvelenata. Sarebbe bastato un solo taglio per venirne infettati, e da quanto aveva appreso all’Accademia, al momento del contatto si aveva meno di un’ora prima di morire lentamente. Vearìlee rimase calmo, e anche se non aveva nessuna arma con cui difendersi, decise di tentare di fermare il Kfelgart e prendergli il pugnale avvelenato. Iniziò a girargli intorno, in attesa di una sua mossa, mentre il suo nemico sibilava come un serpente pronto al prossimo attacco. Il Kfelgart si decise e balzò in avanti.
Il suo salto fu tanto alto che gli permise di nascondersi nel cielo ancora velato dal Qidrigi Oscuro, come se avesse usato una variante del Respiro del Vento. Vearìlee sapeva che non era così, e che tra poco sarebbe disceso su di lui come un uccello rapace sulla sua preda. Avrebbe potuto sfruttare il Respiro del Vento e inseguirlo, ma preferì attendere pazientemente. Socchiuse gli occhi, ascoltando ogni suono. “Percepire il minimo cambiamento”. Per quanto il vento soffiasse delicato, non vi erano altri suoni nell’aria. Fu semplice individuarlo. Esattamente alle sue spalle sentì un leggero fischio. Attese solo un istante, e poco prima che il Kfelgart lo colpisse, Vearìlee iniziò la sua difesa « Magia del Caos: Tornado! ». Una colonna di vento prese vita attorno al giovane Vearìlee, innalzandosi verso il cielo nero. Il Kfelgart non riuscì nemmeno a sfiorare il suo bersaglio, rispedito verso l’alto dalla forza inesorabile di quel turbine che lo aveva investito. Il colpo fu tale che il Sincramj lasciò cadere il pugnale avvelenato, che trascinato dal vento, venne lanciato lontano. Vearìlee distinse il luccichio della lama nell’oscurità notturna « Magia Strutturale: Respiro del Vento! ».
Mentre il Sincramj veniva lacerato velocemente dal Tornado, il giovane Vearìlee si lanciò all’inseguimento del pugnale. In pochi secondi lo raggiunse, e studiandone il movimento, attese il momento propizio per impugnarlo correttamente. Quando lo ebbe in mano, tornò con la stessa rapidità al campo di addestramento dei Guerrieri, dove l’effetto del Tornado era finito. Il Kfelgart Sincramj non era stato ucciso, così come Vearìlee voleva.
Lo avrebbe immobilizzato fino all’arrivo del suo Maestro, il quale avrebbe sicuramente saputo cosa fare di lui. Il Kfelgart riportava gravi ferite su tutto il corpo. In alcuni punti mancava la carne, strappata via dal Tornado che non aveva ascoltato le grida del dolore inflitto. Vearìlee fu subito sul nemico. Il Kfelgart tentò di scappare cercando la fuga in uno sforzo, ma prima che si rialzasse, il giovane gli spezzò entrambe le gambe con dei colpi ben assestati.
Il Kfelgart si voltò verso di lui « Non… Non tu… ».
Vearìlee non comprese di cosa stesse parlando, e prima che potesse interrogarlo, si scorse una figura in lontananza, che poco alla volta aumentò il passo verso di loro. Il Comandante di Secondo Grado Nerva giunse in un battibaleno vicino a Vearìlee, e quando si assicurò che il giovane stesse bene, si concentrò per interrogare il Kfelgart « Rispondi: qual era il tuo obiettivo? ». Il Sincramj non diede nessuna risposta. Nerva riprovò con maggiore decisione « Rispondi, o sarai punito con la morte! Qual era il tuo obiettivo? ». Dal Kfelgart non si udì nessuna parola. Nerva fece per sollevargli la testa con la mano, quando Vearìlee ebbe un’intuizione: scattò più rapido che poté e tirò indietro il Comandante di Secondo Grado con tutta la forza disponibile. In quell’istante il Kfelgart sputò dalla bocca un potente veleno che fece appassire subito i fili d’erba del prato sul quale stavano. Il Kfelgart morì, senza lasciare una sola informazione agli Eiynthra. Nerva invece era sano e salvo, grazie alla prontezza di Vearìlee.
A Costimeti, la morte del Kfelgart Sincramj era stata correttamente prevista. Fu grazie a piccole informazioni raccolte in giro per Kreryam, che i Sincramj appresero la notizia di alcuni ufficiali dell’Esercito Eiynthra, intenti ad allenare giovani talenti al campo di addestramento dei Guerrieri, sin dalle ultime ore del Qidrigi Oscuro. Questo permise di architettare l’imboscata verso uno di loro. A dire il vero, non importava chi fosse l’obiettivo, ciò che contava era far sì che gli Eiynthra si sentissero vulnerabili, costringendoli a commettere un errore. La sola cosa che il clone Re Lerejox non sapeva, era che il sicario era stato fermato da Vearìlee e non da Nerva. Gli Eiynthra avevano messo in circolo quella falsa notizia per tentare di nascondere le capacità del giovane Vearìlee. Il Mago era certo che l’attacco era stato sventato perché Lilias aveva provveduto a informare Nerva, salvandogli così la vita. Il Kfelgart sarebbe servito per tentare di scatenare una piccola azione da parte degli Eiynthra, i quali già in passato avevano reagito a provocazioni simili. Non davano mai segni di violenza, ma lanciavano piccoli avvertimenti utilizzando la Magia del Caos, senza però nuocere a nessuno. Nel momento in cui si sarebbe verificato questo episodio, il Mago avrebbe atteso la fine dell’avvertimento, per poi scatenare un vero e proprio attacco, distruggendo il villaggio o la città scelta dagli Eiynthra, tenendo così vivo l’odio verso i nemici giurati. Passarono diversi giorni senza che nulla accadesse. Il Mago ebbe timore per qualche istante che Lilias lo avesse scoperto, ma se così fosse stato, si sarebbe di certo già trovato arrestato o addirittura ucciso.

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“Eiynthra – Quinta Era della Natura”, Jaylin Willow (2)

Eiynthra
TITOLO: Eiynthra – Quinta Era della Natura
AUTORE: Jaylin Willow
EDITORE: Wondermark Libri

L’AUTORE DICE CHE quanto state per leggere è parte di un racconto Fantasy ambientato in terre diverse da quelle oggi conosciute, in un tempo indefinito che non rispecchia né il passato né il futuro dei nostri giorni. Le prime pagine sono riportate esattamente come nel libro, in modo tale che il lettore possa avere ben chiara l’impronta che poi avrà l’intera storia. In aggiunta, ha scelto una piccola scena ambientata all’incirca dopo la metà del libro, dove uno dei protagonisti, Vearìlee, si troverà in serio pericolo. La storia si snoda attraverso differenti Ere. Qui sono riportate parte della Quinta Era della Natura, e ciò che ha dato origine alla Prima Era della Natura, ossia la storia della giovane Annabelle.

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L’IMPORTANZA DEI SOGNI

Le composizioni floreali risuonavano come opere musicali ai suoi occhi, incantati dal fare fanciullesco di un mondo giocoso. Avvolto nelle grazie del cielo luminoso, il giorno scintillava estraendo un senso d’innata allegria, e al caldo tepore del sole la natura esitava a nascondere i suoi figli. Dai più piccoli ai più grandi, tutti erano ansiosi di vivere quella splendida giornata. Annabelle tornava spesso in quel luogo che l’aveva vista crescere e giocare, rincorrendo a volte anche le api, che però rimanevano maggiormente interessate ai fiori zuccherini. Nel suo inconscio avrebbe voluto essere ancora bambina, non per ricercare un’innocenza perduta, ma per riavere la spensieratezza del domani. Quanti ricordi correvano nella sua mente, davanti ai suoi occhi: la voce di sua madre, così serena e pacifica, mai stanca di chiamare il suo nome quando i tramonti preannunciavano l’inizio delle beatitudini serali. Quel caro ricordo di suo padre, lavoratore instancabile, che coltivava i campi appena dietro la vecchia casa in cui abitavano. Oggi, pur essendo disabitata da anni, non aveva ancora l’accurato tocco del pesante tempo. Avrebbe voluto essere ancora bambina Annabelle, solo per poter rivivere quelle gioie che si mostrano velate dall’infinito. Ma ormai era donna, e niente avrebbe potuto riavvicinarla a quel mondo divenuto irraggiungibile. Nelle notti estive si addormentava cullata dalle lucciole, le quali, nell’intensità della notte, scrivevano il suo nome augurandole i sogni più dolci. E i pomeriggi liberi da scuola, passati a correre insieme al vento per scoprire chi fosse il più veloce. Quelle brevi estati, incorniciate da lunghe giornate in cui gli alberi sfoggiavano i loro eleganti abiti, lasciando cadere minuziose tracce del proprio nome, erano ancora vive in lei.
Ricordi
Solo ricordi
Dov’era mai andata la sua appassionata e seducente infanzia? Forse era stata oscurata da un sortilegio chiamato passato, che ne aveva lasciato solo piccole orme su una terra già calpestata. Ogni anno, alla ricorrenza della sua nascita, Annabelle riprendeva parte all’enfasi di quel dono.
Non per ricercare un’innocenza perduta, ma per riavere la spensieratezza del domani.
Le ore passarono veloci, e Annabelle si vide costretta a rientrare a casa. Ben due ore di macchina la distaccavano dalla sua attuale residenza, nelle vie centrali della grande città di Bianca. Le luci della capitale la rendevano quasi cieca nelle ore serali, infastidita da tutto ciò che sembrava offuscare la cara luna e le amiche stelle. Arrivata al suo appartamento, nei piani alti di un grattacielo, si distese sul letto per qualche istante. Lasciandosi cullare dalle fantasie che la rincorrevano da storie già avvenute, cedette ai suoi desideri, accettando nel suo inconscio ogni compromesso pur di vederli realizzati. Era una splendida serata autunnale.
Il vento soffiava nella piccola dimora passando per la finestra aperta, quasi a sussurrare la sua presenza estranea tra i lunghi capelli castani di Annabelle, adagiati perfettamente sul morbido materasso. Annabelle cadde in un lieve stato di meditazione, e iniziò a vivere in altri luoghi ogni suo pensiero. Le immagini s’imposero in realtà nitide, tali d’apparire come vecchie fotografie prese da un album di famiglia, sepolto da qualche parte sotto la dimenticata polvere.
L’invito di un cielo limpido di primavera, la fresca e trasparente acqua di un ruscello di montagna, un sole caldo pronto a offrire conforto. Una foresta dal cui interno si udivano cantici e musiche ricorrenti alla vita. Quei suoni catturarono la sua attenzione, liberandola da ogni pensiero che turbava il suo animo. Guidata dai profumi freschi e invitanti a una permanenza longeva, si addentrò, scoprendo le risa di chi stava gustando il momento della compagnia. Si soffermò dietro un albero dal tronco molto grande, forse una sequoia, quando la sua mente iniziò a stipulare accordi con dubbi e domande. In quel momento, le immagini iniziarono a essere più confuse, tentando quasi di allontanarla da quel luogo incantato. Si rilassò con un lungo e silenzioso respiro, per poi scostarsi leggermente, cercando una fortunata occhiata per intravedere i musicanti. La distanza tra lei e gli esecutori era breve, per cui bastò poco: apparivano simpaticamente minuscoli, seduti felicemente attorno a un fuoco che danzava al ritmo da loro imposto. La loro pelle sembrava esser della stessa corteccia degli alberi. I loro occhi, sebbene fossero chiusi, avevano un taglio grande rispetto ai minuti lineamenti del viso, e le mani con cui suonavano avevano solo quattro dita affusolate. In quell’istante si aggiunsero le quasi eteree fate, iniziando una danza mistica, che dava l’impressione di preservare la foresta da ogni male.
Annabelle continuava a osservare, noncurante di chi la stesse studiando.
« Annabelle » disse una voce in gentil tono. Guardò attorno a sé, ma non vide nessuno, quando la voce riprese « Quassù ». Alzando lo sguardo all’albero che la nascondeva, vide una figura femminile vagamente familiare, elegantemente seduta su uno di quei robusti rami. Il suo aspetto era simile ai musicanti già perduti nelle loro note. La sua voce era appena percettibile, ma perfettamente chiara a ogni lettera pronunciata « Benvenuta, Annabelle. Ti stavamo aspettando ». L’albero, delicatamente, si piegò accompagnandola verso Annabelle, la quale non sentì il desiderio di scappare, nemmeno quando furono a un solo passo l’una dall’altra. In quel momento riconobbe quella strana creatura.
Accadeva nei giorni della sua primordiale gioventù, periodo in cui l’infanzia era solo un altro nome del giocare. Ricordava quel volto svelato dai raggi del sole, e ancor di più ricordava quei brevi istanti in cui, accorgendosi di esser vista, cercava di nascondersi tra i vecchi alberi del bosco vicino casa. Ora Annabelle riconosceva i luoghi della sua infanzia, in quello strano sognare dove tutto si mostrava così come avrebbe voluto lei. Ciò che credeva nascosto adesso stava dinanzi ogni suo senso. La magica fanciulla porse un gradevole sorriso, invitando la sua ospite a seguirla con un semplice gesto. In quel mentre nacquero in Annabelle altri quesiti, e ancor prima di riuscire a parlare, le immagini tornarono confuse, quasi soffocate dal suo stesso pensare. Ogni singola forma di dubbio sembrava venir rifiutata in malo modo, a dimostrare che in quel posto le incertezze non potevano esistere, lasciando spazio solo ai sensi e all’istinto. Iniziarono il cammino passando accanto proprio ai piccoli musicanti in festa, i quali aprirono i grandi occhi dai vividi colori della Terra, salutandole con un cenno di capo al loro passaggio, senza per questo cessare quella strana musica. Dopo vari sentieri, tra alberi rigogliosi e cespugli fioriti, intrapresero una piccola via dove il sole era ben in vista isolato nel cielo, sostenente il giorno. Nei colori variopinti della foresta, la misteriosa entità continuava il suo cammino, assicurandosi senza voltarsi di aver sempre ben vicino la gradita ospite. Soltanto in quell’istante Annabelle notò che i soli passi udibili erano i suoi. Quella prodigiosa esistenza non lasciava nemmeno una singola impronta, non la più piccola traccia del suo passaggio. Il sentiero iniziò a farsi sempre più ampio, finché non giunsero a un ruscello di acqua pura e cristallina. I sassi al suo interno erano misti tra un particolare color mattone e il classico grigio, che per molti esprime eleganza. Per consentire il passaggio, sopra il corso d’acqua vi era un piccolo ponte di legno della più comune forma d’arco, perfetto per chi avesse avuto intenzioni romantiche. Vi salirono e Annabelle soffermò il suo sguardo nell’acqua sottostante. Il suo riflesso si espose nella calma di quel limpido, e vide che il suo volto era tornato quello di bambina. Si voltò a guardare la sua guida in un espressione che regalava solo sorprese. « Di cosa ti stupisci? » disse la fanciulla del bosco in un sorriso « Qui ritrovi la verità sui tuoi sogni. Era da tempo che ti stavamo aspettando, e finalmente ci hai trovati. In questo posto, che acquisisce la magia dalla Terra, non esistono domande. Solo risposte. È per questo che ora non riesci a esprimerti. Non utilizzare la mente, vivi con l’anima. Ricordalo la prossima volta che tornerai, ricorda anche il mio nome. Ora apri gli occhi, piccola Annabelle ».
« Apri gli occhi »
Annabelle aprì lentamente le palpebre per nulla intorpidite, rivedendo il soffitto del suo appartamento rimasto immutato. La luce del sole entrava fioca dalla finestra, e mentre le baciava teneramente la guancia, realizzò di aver dormito una notte intera. Tutto quel tempo passato in quel posto così familiare quanto strano, era stato solo un incredibile sogno, una visione che le aveva permesso di vivere la sua fantasia. Riconobbe con assoluta certezza che il bosco sognato era lo stesso accanto alla sua vecchia casa, ma nulla era simile a quanto ricordava nella realtà. E quelle parole prima del risveglio, cosa mai potevano significare? Troppe domande a cui mancava una risposta sincera e leale. Si voltò sul fianco, e dopo un leggero sbadiglio, notò la sveglia che indicava Lunedì mattina alle ore sette e trentotto. Era rimasta assopita per oltre due giorni, dal Venerdì sera in cui si era coricata fino a quel momento. Ora la fretta le faceva da padrona, ordinando di correre per non tardare al lavoro. Dopo aver chiuso la finestra rimasta aperta l’intera durata del sogno, si recò in bagno e accese la doccia, attendendo la temperatura ideale dell’acqua. Continuava a rivivere quell’esperienza, così intensa ed emozionante, che l’aveva tenuta addormentata tutto quel tempo. Ma ciò che più le dava pensiero, era la sensazione che ogni cosa in quel sogno, persino lei, fosse più reale di quel mondo che vedeva ogni giorno. Si tolse i vestiti ed entrò sotto la doccia. L’acqua calda le rilassava la pelle, ma non i pensieri. « Non si può vivere meglio in un sogno » si ripeteva sottovoce. Terminò di lavarsi, indossò il suo morbido accappatoio bianco con il ricamo del suo nome e si recò di nuovo in camera. Velocemente si rivestì, optando per una tenuta comoda e semplice, che di certo non avrebbe dato alcun fastidio in ufficio. In meno di trenta minuti fu pronta per recarsi a quell’odioso e detestabile lavoro. Non era la mansione in sé a infastidirla, ma i colleghi che non riuscivano a capire il suo esser semplice, scambiando una nobile qualità per un difetto d’ingenuità. Ogni metro percorso in macchina verso quel posto in cui le verità erano state dimenticate, Annabelle acquisiva coscienza di dover affrontare un’altra giornata in cui avrebbe dovuto rinunciare a esser sé stessa. Alle otto e trenta giunse a suo dispiacere a destinazione. Le prime ore passarono rapidamente, tra pettegolezzi di colleghi e serietà professionale. Arrivò l’ora della pausa pranzo, momento in cui gli impiegati uscivano dai propri uffici per recarsi in un ristorante al di là della strada. Per la prima volta, incuriosendo i colleghi, Annabelle rimase al proprio posto, scusandosi per non prestare la propria presenza « Ho un paio di cosette da sbrigare da Venerdì! Me n’ero completamente scordata! ». I colleghi, premurosamente già sull’uscio della porta, non cercarono nemmeno di verificare che fosse vero, voltandosi in un veloce gesto simile a un saluto. Rimasta ormai sola con il lieve ticchettio dell’orologio attaccato al muro, Annabelle si chiuse nel mondo delle continue e assillanti domande, disturbatrici perpetue dei suoi pensieri. Nemmeno il lavoro era riuscito a distoglierla da quella struggente quanto inverosimile esperienza. D’impulso dovette prendere carta e penna, e senza una valida ragione iniziò a disegnare un cerchio, continuando a passare sopra lo stesso più volte.
A seguire fu soltanto un istante di completo smarrimento.
Riprese il controllo dei suoi sensi solo grazie ai rumori dei colleghi appena usciti, che per qualche oscuro motivo, stavano rientrando. Quando Joyce aprì la porta, vide Annabelle con gli occhi sbarrati, invasa da un colore pallido poco naturale « Annabelle! Stai bene? Mi sembri pallida… ». Prima di rispondere, strizzò fortemente gli occhi « Si, grazie! Ma non eravate appena usciti? ». Joyce guardò la collega al suo fianco e poi si mise a ridere « Non dirmi che ti sei addormentata sul lavoro arretrato! È già passata la pausa! » Annabelle timidamente sorrise, poi chinando lo sguardo, notò il foglio sulla sua scrivania. Sorprendentemente, riportava una scritta in una calligrafia che non era la sua.
“Percependo la reale Natura, s’intreccia tra migliaia di vie l’unica Verità
in cui nessuna domanda ha vita.
Consapevole dell’unica risposta, l’uniformità del corso porta all’inevitabile
nozione che l’anima è padrona.
Apri gli occhi ”
Annabelle sentenziò il suo stupore con la bocca spalancata, ammirando quel foglio sul quale doveva esserci soltanto un cerchio ben marcato. Mentre gli altri impiegati riprendevano i propri posti, Joyce le passò accanto per recarsi alla sua scrivania. Accorgendosene, Annabelle cercò di nascondere il foglio, quando di colpo Marcus glielo tolse con un tocco degno di un borseggiatore. Entusiasta della sua piccola bravata, si mise a correre per l’ufficio come un bambino che ruba le caramelle a un compagno di scuola. Annabelle si alzò di scatto e lo seguì in piccoli passi, rapidi e nervosi. Quando finalmente Marcus decise di fermarsi, iniziò a leggere il foglio: ai suoi occhi, vi erano solamente riportati inutili segni, strane linee spezzate miste a piccoli cerchi e altre linee ondulate. « Ti sei data all’arte astratta? » chiese lui. Annabelle non disse nulla, limitandosi a farsi ridare il foglio, esprimendo il totale disappunto per il gesto incrociando lo sguardo di Marcus. Senza bisogno di ricontrollare il messaggio, piegò la carta e la mise nella tasca dei pantaloni. La seconda parte della giornata lavorativa, passò tanto veloce quanto la prima. Imbronciata e palesemente scocciata da quell’ambiente malsano, Annabelle non pronunciò nessuna parola, eccetto che per questioni lavorative e solamente con l’amica Joyce. Non odiava gli altri suoi colleghi, ma le sfuggiva il motivo di tanta mancanza di rispetto, e non solo nei suoi confronti. Se si escludeva Joyce, ovvero l’unica dotata di buon senso, pareva che le persone di quell’ufficio vivessero rinchiuse in una gabbia, pronte a sbranarsi l’una con l’altra. Finalmente giunse l’orario che segnava il termine della giornata lavorativa, e le due amiche uscirono dall’ufficio insieme, com’era ormai abitudine giornaliera. Joyce, notando che l’umore di Annabelle non era migliorato, racchiuse la sua saggezza in un semplice consiglio « Annabelle, perché non vai da tua madre? Di solito quando sei giù e poi vai a parlarle, il giorno dopo sei di nuovo raggiante come una stella! ». Annabelle dispose sul volto un sorriso, rispondendole però di accusare stanchezza, e che quindi preferiva recarsi a casa. Salutata Joyce, lentamente salì nella sua comoda auto. Nel momento in cui accese il motore, sentì il desiderio di seguire il consiglio dell’amica. Non comprese l’origine di quell’innato desiderio improvviso. Impiegò diversi minuti prima di imporre a sé stessa la sua scelta di recarsi a casa. Nel tragitto in macchina continuava a rivedere quella scritta dal significato impenetrabile, a cui solo i suoi occhi avevano avuto accesso.
Ogni particolare della sua vita, ogni ricordo creato e ogni sensazione vissuta, in quell’istante le parvero sprecati. Ritornò con la mente su quel bizzarro sogno, che per qualche mistero, doveva pur aver un briciolo di verità. “È così per ogni sogno” le disse una volta suo padre, quando da bambina, il destino ancora non si era presentato tra le sue mani. Sorrise ripensando a quelle parole rimaste impresse nell’anima.
« Ricorda, dolce Annabelle: i sogni, sia notturni che diurni, portano sempre e solo alla verità. È così per ogni sogno »
Ma quello della notte precedente ancora non conduceva da nessuna parte. E qualora fosse stato detentore di qualche verità, quale mai sarebbe stata? Forse stava impazzendo, vittima di una follia causata dal continuo voler rivivere i suoi ricordi. E poi c’era quell’essere, la sua guida attraverso il bosco. « Ricorda il mio nome » le aveva detto. Eppure, nella sua memoria priva di difetti, era certa che la strana entità non le avesse detto il suo nome. Ma in cuor suo, Annabelle sapeva che da qualche parte c’era una risposta a tutto questo.
Arrivò nella via del suo appartamento e parcheggiò l’auto. Quando scese, ebbe il presentimento che qualcuno la stesse osservando da una certa distanza. Scosse la testa e si recò in casa, fischiettando quasi più aria che suoni, tradita dall’ansia rimasta al suo fianco. Entrò nell’appartamento, si tolse le scarpe e le ripose con cura nell’apposito armadietto. Andò in bagno, e dinanzi allo specchio delle illusioni, iniziò a togliersi il sottile strato di trucco, galante benefattore che le donava qualche anno di meno. Sorrise guardando il proprio volto riflesso, felice di essere tornata nel suo piccolo rifugio in cui il mondo non l’avrebbe mai toccata. Durante la solitudine serale, il suo spirito traeva piccoli benefici, approfittando di questi momenti per rigenerarsi del tutto. Una cena veloce, caratteristica fondamentale di chi vive solo, le diede l’energia necessaria per affrontare la notte incombente. Si recò in camera e aprì la finestra, non curante delle prime brezze autunnali che le accarezzarono il viso. Immersa nei dubbi e stanca per la giornata, si distese sul soffice letto. Nel suo unico pensiero, il più intimo, era speranzosa di poter ricreare le condizioni della notte precedente, tempo che l’aveva vista protagonista in quel mondo addirittura per giorni interi. Non pensava più ai problemi del lavoro, ai colleghi, alla sua vita: ciò che le interessava, era soltanto capire ciò che le stava accadendo. Si ricordò del foglietto nella sua tasca: allungò la piccola mano dalle splendide e perfette dita e lo prese, portandolo davanti ai suoi occhi senza aprirlo. Rimase minuti interi in quella posizione senza far niente, eccetto che respirare e guardare. Si sedette sul bordo del materasso, aprì l’ultimo dei tre cassetti del comodino, e lo ripose con cura sotto un libro che le regalò sua madre diversi anni prima. Dopo un lungo sospiro si decise a togliersi i vestiti, sostituendoli con una vestaglia notturna in seta bianca, e si coricò nel letto.
Buio
Silenzio
Il risveglio avvenne tramite un intermittente suono d’estremo fastidio, così dichiarato da chi è ben assorto dal proprio riposo. Annabelle spalancò gli occhi e si voltò di scatto verso il comodino, nella piccola illusione che ancora una volta fosse passata più di una semplice notte. Il perfetto funzionamento della sveglia indicava Martedì, ore sette e quindici. Si rigirò sulla schiena, guardando il soffitto colorato dalle prime luci mattutine, ascoltando i canti dei passerotti mescolati ai motori dei veicoli più distanti. Dopo un intenso sbadiglio che la pregava di non alzarsi, realizzò che non aveva sognato nulla. Non un semplice colore, non un suono, non un odore e nemmeno la più piccola sensazione. Certo, un sonno senza sogni è possibile, o in miglior razionalità, è possibile che al risveglio non ci si ricordi di nulla. Questo però, non era mai accaduto ad Annabelle. Spesso, nella sua vita, si era svegliata credendo di non aver avuto contatti con il mondo onirico, ma dopo pochi attimi ricordava almeno qualche particolare, anche una sola immagine che provava l’esistenza dei sogni nella sua vita. Questa era la prima volta in cui ricordava solo l’oscurità, così come le era successo in ufficio il giorno precedente. I minuti passavano, e a malincuore, Annabelle doveva recarsi al lavoro. Compì il suo rituale mattutino, cambiando com’era solita fare ogni giorno, l’ordine delle sue abitudini, così da non cadere mai nella disperata monotonia. Si avvicinò alla finestra rimasta aperta tutta la notte, e respingendo le lusinghe del vento d’Ottobre, noto corteggiatore di giovani donne d’ogni luogo, chiuse le ante. Annabelle si sentiva frustrata in quel risveglio, corrispondente al giorno della sua vita in cui era stata privata anche dei sogni.

“Eiynthra – Quinta Era della Natura”, Jaylin Willow (1)

Eiynthra
TITOLO: Eiynthra – Quinta Era della Natura
AUTORE: Jaylin Willow
EDITORE: Wondermark Libri

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PRELUDIO

“Nei nostri cuori e nella nostra riserva di vita è il tuo canto d’ispirazione. Senza confini nessuno è estraneo, e al termine dell’esistenza, lo spirito tornerà tra le tue preziose valli e le mura che l’hanno accudito. Eiynthra, la Natura è la ricompensa”.
Così cantavano i soldati dinanzi al Grande Palazzo Reale, rivolti verso il suo ingresso, dove le bandiere esposte inneggiavano fiere i colori delle Terre di Eiynthra. Amyntas osservava i suoi uomini dall’alto della gradinata, nella sua splendida e armoniosa armatura che gli conferiva tanto onore e prestigio. Tra gli alti grattacieli ricoperti da vetro specchio, sino ai palazzi antichi resistenti dai più lontani secoli, le voci dei soldati riecheggiavano in ogni angolo della città di Kreryam, potenti e fiere. Tutti, cittadini compresi, sentivano l’avvicinarsi di angoscia e timore. Molti quel giorno sarebbero andati incontro a morte certa, e lui, Amyntas, doveva prendersi cura di ognuno dei milleduecento uomini immobili davanti ai suoi occhi, poiché questo fu il suo giuramento quando fu eletto come nuovo Primo Comandante. Giuramento cui avrebbe tenuto fede fino alla morte. In attesa del passaggio di Amyntas, i soldati non si mossero di un solo passo, continuando a intonare il loro inno in attesa di esser condotti alla gloria, oppure alla più decorosa morte. I cittadini fermi ai bordi delle strade attendevano l’inizio di quella parata di guerra, per rendere omaggio, o forse ultimo saluto, ai loro valorosi eroi. Quando le voci si placarono, il Primo Comandante attese il termine degli echi fino al silenzio totale. Amyntas iniziò la sua discesa verso i soldati. Solo i suoi passi erano percettibili. Una alla volta, sentiva le sensazioni che lo attraversavano confondersi con quelle dei suoi uomini, divenendo una cosa sola.
Paura
Coraggio
Speranza
Vittoria
Gloria
Cercava di non lasciar trasparire nessuno dei suoi dubbi, soppressi ogni qual volta appoggiava la mano sull’impugnatura della sua spada retrattile. Era l’alba di un nuovo giorno, e una guerra era alle porte. Giunto all’ultimo gradino, si fermò: i soldati si divisero in due gruppi, aprendo un passaggio per il loro comandante. Amyntas indossò il suo elmo a diadema ricco di ricami che distingueva il suo grado, e attese. Dalla sua bocca si udì un leggero sospiro. Con postura calma ed elegante, si avviò ad assumere il comando dei soldati, i quali, dopo il suo passaggio, richiudevano il varco creato formando una perfetta unità pronta a seguirlo ovunque. Giunto alla testa del battaglione, scostò leggermente il lungo mantello bianco e si voltò a guardarli.
Non disse nulla, poiché nessuna parola sarebbe servita. Si limitò a guardarli, scrutando ognuno di quegli animi irrequieti, e quando si rese conto di avere la loro attenzione, portò il pugno destro sul suo cuore e fece un lieve inchino, in segno di onore nel partecipare a una battaglia al loro fianco. I soldati risposero allo stesso modo, e quando si rialzarono, Amyntas ordinò la marcia. Alle sue spalle, davanti ai soldati semplici, i Comandanti di Secondo e Terzo grado Nerva e Amalric seguivano i suoi passi, pronti a eseguire ogni suo comando come in ogni battaglia precedente. Lentamente, a ritmo scandito, i combattenti erano accompagnati da una particolare pioggia di petali colorati, lanciata dalla gente al loro passaggio. Per Amyntas scomparvero ogni immagine e ogni suono. Visualizzava solo la battaglia, cercando di ricordare le indicazioni della Maga Suprema che aveva intravisto molteplici futuri. Nessun pensiero distraeva la mente di Amyntas. Nessun dubbio. Il sole splendeva già alto sopra il campo magico di protezione che rivestiva l’intero perimetro della città di Kreryam, quando giunsero in prossimità della porta del Nord. Due bambini posti ai rispettivi lati della porta tenevano un’asta per ognuno, portanti una bandiera. Quando i soldati furono a pochi passi da loro, Amyntas ordinò l’arresto della marcia. « Combattete e tornate vincitori per noi » dissero entrambi i bambini. Un rapido gesto e le bandiere s’incrociarono, per tornare poi perfettamente perpendicolari alla pavimentazione. La grande porta si aprì. Amyntas fece il primo passo per uscire all’esterno, e i soldati lo seguirono senza esitazioni. Oltre il campo magico di protezione affrontarono il primo nemico, la neve. La temperatura cambiò d’improvviso. Il vile freddo iniziò a pungere ogni tratto di quei volti seri e bramanti trionfo, ma nessuno di loro cambiò espressione. Amyntas fece cenno ai suoi uomini di restare immobili. Chiamò dalle retrovie il prezioso Mago di Difesa, creatore di protezioni magiche durante la battaglia e lanciatore d’incantesimi semplici per le varie evenienze. Come una piuma lasciata al vento, il Mago di Difesa non toccò la neve nella quale molti dei soldati, Amyntas compreso, erano sprofondati. Raggiunse il Primo Comandante, e sapendo già il da farsi, si concentrò per lanciare un incantesimo, mentre la magica pietra di Leintemosia iniziò a brillare sul suo polso « Il Fuoco governa le nostre anime. Il Fuoco accompagna i nostri passi. Il Fuoco mantiene la nostra via libera ».
La neve prese a sciogliersi come accade sotto il sole più caldo, ridando vita ai fiori sottostanti ormai creduti persi. Amyntas ordinò di nuovo la marcia, e prima di ogni suo passo, la strada intrapresa si liberava dalla neve tramutandola in acqua, dando il giusto sfogo a un terreno assetato.
Il bosco che dovevano attraversare era a breve distanza dalle mura della città. Secondo le informazioni giunte solamente la sera prima, i guerrieri delle Terre di Sincramj si avvicinavano rapidamente da Nord Est, e avevano da poco varcato il confine con le Terre di Eiynthra. All’assemblea ordinata dal Sovrano con la massima urgenza, la Maga Suprema aveva previsto senza dubbio che lo scontro principale si sarebbe svolto nella Radura della Chiarezza, dove gli Spiriti delle foreste privilegiavano incontrarsi.
Questo sarebbe stato un male, perché il sangue e la violenza non erano graditi ai caritatevoli Spiriti della Natura. Ma lo scontro era inevitabile. Nella visione della Maga Suprema era chiaro che molti cittadini avrebbero perso la vita, ma le possibili azioni dei Sincramj lasciavano uno spazio troppo ampio da poter esser ricoperto in così breve tempo.
Una cittadina vicino a Kreryam sarebbe stata attaccata, ma fino allo scontro non si sarebbe saputo quale. Amyntas aveva elaborato velocemente una strategia efficace, ma purtroppo, a causa della mancanza di tempo, non aveva trovato il modo d’istruire i suoi uomini a riguardo, eccetto i Comandanti di Secondo e Terzo grado, Nerva e Amalric.
Lungo il Passaggio delle Foglie Millenarie, noto anche come Via della Saggezza, Amyntas sentì uno strano senso di quiete pervadergli la mente. Era certo che qualche spirito della foresta albergasse lungo quel sentiero, e che ora, vedendo i guerrieri di Eiynthra in marcia, tentava di rassicurarli.
Era sicuro che anche i suoi uomini provassero quella sensazione, ma non poté voltarsi per accertarsene. Un lieve sorriso comparve sulle sue labbra “Vinceremo” pensò.
Giunsero al crocevia che portava alla Radura della Chiarezza a Est, alla cittadina di Tenicrensi a Ovest, Avani e Jian proseguendo a Nord.
Senza esitazione Amyntas prese la direzione Est, mentre il suo sguardo si rivolse alle altre direzioni.
“Quale attaccheranno?” pensò. Il Mago di Difesa al suo fianco non capì il motivo per cui si voltò verso le altre direzioni, essendo a conoscenza che il luogo della battaglia sarebbe stato la Radura della Chiarezza. Alle sue spalle, Nerva e Amalric intuirono la sua preoccupazione.
Mentre si avvicinavano al luogo dello scontro, l’aria divenne poco alla volta sempre più pesante. L’ossigeno lasciava il posto all’adrenalina che gonfiava i cuori e l’ego dei soldati, in trepida attesa del momento in cui avrebbero fatto uso di ogni loro abilità. Da non molto distante si udì un suono.
Un corno da battaglia emise il suo rantolio cupo e imbronciato, annunciando ai passanti sventurati un’atroce e imminente agonia. Questo non fermò la marcia di Amyntas e dei suoi uomini, che proseguirono fino al luogo prestabilito dalla Maga Suprema. Nessuno di loro, almeno in apparenza, provò paura. Molti occhi si accesero come fuochi ardenti, pronti a provare il loro valore e ridestare il proprio spirito combattente. La marcia proseguì attraverso il sentiero che poco alla volta si faceva più stretto, obbligando i soldati a formare una lunga fila composta da soli quattro soldati per riga. Nell’avanzare, davanti agli occhi di Amyntas le ombre presero a dissolversi, finché i rami degli alberi terminarono di accompagnare il sentiero. Finalmente erano giunti alla Radura della Chiarezza. Si disposero in perfetto ordine, in modo tale da rimanere ben difesi da qualunque lato sarebbero comparsi i Sincramj. Ma Amyntas sapeva che sarebbero comparsi da un momento all’altro, davanti ai suoi occhi. Non solo perché la Maga Suprema aveva previsto questo, ma perché l’odore di morte che i Sincramj portavano con loro era inconfondibile, e quell’acre fetore veniva dai confini di Nord Est. Il Mago di Difesa chiese al Primo Comandante se desiderava liberare la Radura dalla neve, per agevolare i movimenti durante la battaglia. La risposta fu chiara « No. Torna nelle retrovie e alza un campo di protezione sui soldati. Dopodiché attendi un mio nuovo ordine ».
Il Mago di Difesa non comprese un motivo tanto azzardato, ma aveva piena fiducia nel suo Primo Comandante, il quale finora, non aveva mai subito una sconfitta. La neve era alta almeno trenta centimetri, e se avessero usato le tradizionali tecniche di attacco, avrebbero avuto parecchi problemi. Ma Amyntas aveva in mente qualcosa di diverso.
Il momento era finalmente giunto.
Un nuovo suono da parte del corno accompagnò l’ingresso dei Sincramj nella radura, i quali sprofondavano a fatica nella neve. Amyntas ordinò la posizione di difesa e attese.
Le truppe nemiche sembravano goffe e disorganizzate, com’era solito fare dei Sincramj, ma non per questo andavano sottovalutate. Era proprio il caos il loro punto di forza. Creando confusione, disorientavano gli avversari, potendoli così schiacciare lentamente sotto i loro colpi pesanti di asce e spade. I soldati di Eiynthra assunsero la posizione difensiva, mentre un campo magico di protezione era stato innalzato sopra di loro.
Le ringhia scatenate dai Sincramj avrebbero fatto paura a chiunque, ma non agli Eiynthra, non ad Amyntas. Rimasero tutti immobili, in attesa che i nemici formassero le file per lo scontro.
Amyntas toccò la magica pietra di Leintemosia incastonata nel suo polso, coperta solo ai bordi dall’armatura. I cristalli contenuti nella pietra iniziarono a girare vorticosamente, rendendola lucente come una stella mattutina. Amyntas iniziò a sprigionare una forte energia attorno a sé, e quando sentì di essere pronto lanciò il suo incantesimo « Magia Strutturale: Respiro del Vento ».
Un sottile turbinio avvolse Amyntas facendo si che i suoi piedi non toccassero più il terreno, cosicché la neve non sarebbe più stata un ostacolo. Estrasse la sua spada retrattile, la posizionò vicino al petto e senza fa fuoriuscire la lama, lentamente iniziò a fluttuare verso i Sincramj. Accadde tutto in un attimo.
Una voce spezzata
Una goccia
Sangue Sincramj
Al centro della radura era rimasto un leggero luccichio dato dai cristalli di neve alzati al suo passaggio, neve che presto avrebbe cambiato colore. Amyntas era finito alle spalle del comandante dei Sincramj, infilzando con la propria lama la gola di un guerriero, arrivando a sfiorare quella del soldato in seconda fila. Ritirò solo la lama, e prima che la testa toccasse il terreno, Amyntas era di nuovo davanti ai suoi uomini, pronto a dare il comando di attacco. Le grida dei Sincramj si fecero più esasperate, e pochi nelle retrovie scapparono. Il loro comandante faticò a ripristinare quel poco di ordine di cui disponevano. Amyntas si voltò verso i suoi uomini.
Amyntas: « Figli di Eiynthra! I Sincramj hanno invaso per l’ultima volta la nostra adorata Terra! »
Soldati: « Eiynthra! »
Prima che Amyntas potesse continuare e dare l’ordine di attacco, si udì una forte esplosione da Nord Ovest, seguita da una nube nera che saliva al cielo. « Primo Comandante! È Avani! » esclamò il Comandante di Secondo Grado Nerva. Amyntas fu pervaso dalla collera. Avrebbe dovuto prevederlo, poiché Avani era la prima cittadina che i Sincramj avrebbero incontrato da quel passaggio. « Comandante di Terzo Grado! Prendete tutti i vostri uomini e correte ad Avani! Senza perdere altro tempo! » comandò impassibile Amyntas. Rimasto voltato verso i suoi uomini, ordinò al Mago di Difesa un diversivo per lasciare che i soldati di Amalric corressero in soccorso di Avani. Senza esitare, il Mago di Difesa si concentrò lasciando che la pietra di Leintemosia facesse il suo dovere « Magia Del Caos: Terremoto! ».
La terra iniziò a tremare al centro della Radura, davanti ai soldati delle Terre Sincramj. Amalric non perse tempo, ordinando ai suoi uomini di prendere la strada per Avani, nel tentativo di raggiungerla il più rapidamente possibile. Quando il gruppo di soldati incaricato fu distante, il terremoto cessò. Amyntas diede nuovamente i suoi ordini.
Amyntas: « Figli di Eiynthra! Sollevate le vostre spade e reclamate giustizia! I Sincramj non proveranno pietà, ma noi obbediamo alla Natura e daremo loro una morte degna! »
Soldati: « Morte! Morte! Morte! »
Amyntas: « Piangano le vostre lame insieme agli Spiriti della Natura! Oggi si celebra la morte! »
Soldati: « Morte! Morte! Morte! »
Amyntas: « Soldati! All’attacco! »

[BIOGRAFIA] Pee Gee Daniel

Pee Gee Daniel è nato a Torino il 7 luglio 1976 e vive in Alessandria con la moglie Daniela e il figlio Michelangelo. Nella vita è stato impiegato, magazziniere, aiuto-camionista, poliziotto, responsabile di sala-giochi, agenzie di scommesse e sale-slot, bibliotecario, copywriter, addetto ufficio-stampa. È laureato in filosofia. È anche sceneggiatore, commediografo e articolista.
Oltre a Il politico ha già pubblicato il romanzo sperimentale Gigi il bastardo (& le sue 5 morti) (Montag, 2012) e l’ebook interattivo Phenomenorama (Inbooki, 2013).

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“Il politico”, Pee Gee Daniel

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TITOLO: Il politico
AUTORE: Pee Gee Daniel (BIO)
EDITORE: Qulture Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il protagonista del romanzo non viene mai designato con nome e cognome, ma, a riprova della assoluta mancanza di una personalità propriamente formata, solamente attraverso l’incalzante uso di pronomi personali o per mezzo di due
nomignoli, il primo dei quali appare appunto nel brano seguente, che ci illustra uno dei primi momenti cruciali e rivelatori per comprenderne la mostruosità di fondo, la quale già inizia precocemente a trasparire durante l’età preadolescenziale.

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UN GIRO NEL BOSCO

Per le feste comandate, come fanno i più, anche presso i suoi famigliari era in uso riunirsi per fare onore alla tavola che occupava, per lungo, quasi l’intero soggiorno della villetta dei nonni. Da una parte si sedevano gli adulti. Ai più piccoli, cugini tra loro, e più o meno coetanei, era destinato il pezzo in fondo.
Curiosamente, anche il soprannome scelto per lui dai giovani parenti era Mangiamerda. Soprattutto Nico, figlio della sorella maggiore di sua mamma, ricorreva volentieri a quell’appellativo.
«Mangiamerda, mi passeresti l’olio?»
«Mangiamerda, mi passi il pane?»
«Mangiamerda, quand’è che te ne vai a fare nel culo?». Era un continuo. Lui, al solito, abbozzava. Che è dire troppo forse. Più che altro gli rimbalzava.
Scesi nell’orticello del nonno, si mettevano a sedere in tre sopra la larga altalena annodata al ramo più resistente della vecchia quercia vicina alla recinzione delle bestie. Si arrampicavano in tre, a volte in quattro, sull’asse che faceva da sedile e lo obbligavano a spingerli.
Obbligare, poi… Loro glielo dicevano, lui lo faceva.
«Ciao, Mangiamerda. Alla prossima,» lo salutò Nico mentre già montava sulla monovolume dei suoi quella volta che, alla fine, suo padre sbottò.
Stavano tornando loro pure in città quando, fissandolo per riflesso attraverso lo specchietto retrovisore, suo padre gli attaccò a dire, senza preambolo, e chiaramente su di giri: «È mai possibile, cazzo? Mai possibile che ti fai trattare a ‘sta maniera? Mangiamerda ti chiama quel cazzo di rachitico… E te? Niente di niente. Silenzio. Mica reagisci te… ma te… te l’orgoglio sai neanche dove sta di casa… Quello ti fa Mangiamerda, Mangiamerda, Mangiamerda. Le dieci e le cento e le mille volte. Te? Niente! Zitto! Che se ci dai anche solo un pugno in testa lo spedisci in coma, a ‘sto rachitico… E invece te? Niente.» Poi alla moglie, senza neanche rifiatare: «Senza spina dorsale l’hai fatto, ‘sto coglione. Senza midollo osseo. Proprio. ‘Sto coglione. Sembra manco mio figlio, sembra…». La madre taceva e guardava avanti.
Passò poco prima che cadesse la Pasqua.
A pasquetta, pranzo in famiglia. Barbecue.
Gli uomini si misero sin dalle dieci del mattino a manovrare con la grande griglia che il nonno, in vista di quell’occasione, aveva fatto murare in giardino, con tanto di comignolo e portavivande laterali in mattoni, non distante dalla pompa a mano che serviva a pescare l’acqua dal pozzo. Le donne in cucina, a preparare salse e antipasti.
I ragazzini erano lasciati a sé. Giocavano in veranda, infastidivano le poche bestie chiuse dietro casa, guastavano qualche ortaggio dei nonni a forza di calci o colpi di bastone.
Venne a lui l’idea di fare un giro su nel bosco.
Lui era l’unico tra tutti loro non solo a conoscere così bene quel posto, ma anche a esserci mai stato.
La proposta convinse i cugini, ben felici di interrompere per un po’ la noiosa attesa del pasto.
Arrivati ai piedi del sentiero, si divisero in coppie, così come aveva suggerito lui.
Lui stette con il cugino Nico.
Cominciarono a salire, in fila indiana, due a due.
Il suolo scrocchiava sotto i piedi. Non li preoccupavano né i graffi che procuravano i rovi e le spine dei fiori selvatici, né la penombra, quasi buia, in cui il boschetto giaceva. Era lo spirito d’avventura a animarli. Nulla li avrebbe potuti arrestare. E per di più il cugino si vantava di conoscere quel labirinto di arbusti e foglie che era una meraviglia.
«In cima c’è un tesoro», aveva assicurato. L’aveva detto con il solito sguardo e il solito tono di voce, ma già quel sostantivo, da sé solo, era sufficientemente evocativo per quelle loro incoscienti indoli preadolescenziali.
«Che c’è davvero lì sopra, Mangiamerda?» aveva chiesto a metà percorso Nico, con tono asciutto, rivolgendosi al cugino, che l’aveva preceduto di qualche metro per passare in mezzo a una strettoia di giunchi, dopo averlo afferrato per la giacca a vento con una presa risoluta.
«Vedrai,» gli aveva risposto quello, ricambiando per un attimo appena lo sguardo da sopra la spalla destra.
Si era fatto mezzogiorno quando i genitori si accorsero dell’assenza di quel gruppo di consanguinei partiti in spedizione. Il fumo grasso e denso della carne gettata sul grill riempiva l’aria. Fecero il giro della casa. Ispezionarono ogni angolo dentro e subito fuori dal muretto perimetrico intorno alla residenza dei vecchi.
Nessuno.
Si spinsero sempre più in là. Si allargarono a raggio per setacciare il circondario. Chiamavano i figli per nome, a voce alta, senza però ricevere alcun segno. Le donne, soprattutto, avevano voci che, dall’iniziale preoccupazione, sembravano farsi via via disperate. Si era già fatto il primo pomeriggio e la ricerca continuava. Arrivarono fino alle pendici dell’altopiano. All’inizio non avvistarono nessuno di conosciuto neppure lì. Stavano per lasciare la zona e scendere più in basso, in direzione della stradina sassosa che costeggiava gli ettari coltivati, quando riconobbero un flebile vociare. Era Dina, la più piccola del gruppo, che, spaventata e tutta un graffio, scendeva di corsa giù dal bosco: «Aspettate! Aspettate!… Nico… Nico…»
Il padre di Nico raggiunse l’imbocco della boscaglia con un unico salto vigoroso. La madre, già atterrita al solo sentir nominare il proprio figlio in una maniera così angosciata, con tratti sconvolti, si avvicinò alla nipotina: «Che succede a Nico? Che succede a Nico?» Quando comprese che non avrebbe ottenuto tanto facilmente una risposta da quel faccino spaurito, la scansò con un gesto pacato da una parte e corse lei pure dentro alla macchia di vegetazione.
Era quasi in cima, quando scorse finalmente il marito, ma l’impressione che ne raccolse fu tutt’altro che consolante.
L’uomo stava fermo impalato, con i piedi appoggiati a metà di un aspro inarcamento del terreno. Guardava giù, le mani rilasciate lungo i fianchi come se avessero perso ogni facoltà di movimento, lo sguardo fisso e privo di luce, la bocca semiaperta. Intorno a lui, il gruppo dei bambini, tutti intenti a guardare verso lo stesso punto. Tra loro si notava la mancanza di Nico.
La donna racimolò le poche energie che ancora la assistevano per raggiungere in tutta fretta il marito. Quando gli fu a fianco stentò a staccare lo sguardo da quel volto attonito e ammutolito. Facendosi forza, i suoi occhi presero a seguire le linee immaginarie che dalle pupille del marito calavano dritte su ciò che egli stava fissando. Infine lo vide, giù in fondo, a un centinaio di metri da loro. Il magro costato, i fianchi ossuti che spuntavano dalla camicia lacerata. La testa reclinata all’indietro. Le braccia divaricate e stese a mezz’aria. La corta, gracile schiena incurvata come una U capovolta per adattarsi alla forma del macigno su cui giaceva immobile.
Qualcuno dei bambini, tra singhiozzi e tremori, indicava agli occhi degli altri, rossi di pianto, il punto in cui Nico doveva aver messo il piede in fallo: un abbassamento del terreno che, proprio là dove il passaggio si spezzava in una parete scoscesa, diventava più sdrucciolevole a causa di alcune pietre piatte che lo lastricavano per un buon tratto.
Lui era l’unico a osservare imperterrito il corpicino sfracellato senza scomporsi. Sembrava quasi divertirsi, in qualche maniera.
Chiamarono il pronto intervento, l’ambulanza, l’elisoccorso. Più per rispettare una straziante routine che per inseguire anche solo il barlume di una qualche speranza.
Tutto fu vano.
Era ormai notte fonda quando le urla, il pianto a dirotto, la perdita improvvisa del sostegno delle gambe cedettero il posto a un immenso e incontenibile silenzio.
Lui e la sua famiglia ripartirono per far ritorno in città.
La madre gemeva, facendosi piccola sul proprio sedile.
Il padre, zitto e sudato, accendeva la sigaretta col mozzicone della precedente. Appena poteva, staccava gli occhi dalla strada per appiccicarli, attraverso lo specchietto retrovisore, sul figlio. Nell’abitacolo, l’unico rumore era quello della sua bocca, che si apriva e si richiudeva intorno al filtro in concomitanza con le boccate di fumo. Il ragazzo, seduto sul sedile posteriore, guardava attraverso il vetro, con il suo consueto sguardo vuoto, il morbido profilo delle campagne che pian piano cedeva il posto alle angolose forme geometriche dell’architettura cittadina. Il padre non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Lo osservava con insistenza e, nel frattempo, continuava a fumare serratamente. Più lo guardava e più quei sospetti che lo stavano scombussolando gli crescevano, e crescevano, dentro, fino a mutare quasi in certezza. Lui, da parte sua, poco prima che il veicolo si immettesse sulla rampa, che risalendo dal sottopasso portava in centro, per colpa di tutto quel dondolio, aveva preso sonno.

[BIOGRAFIA] Nadia Bertolani

Nadia Bertolani è nata a Mantova e vive in provincia di Parma.
Ha pubblicato il suo primo romanzo (L’uccellino di Maeterlinck, Tre Lune edizioni) nel 2002. Di pietra e di luna è il suo secondo romanzo presente sul sito ilmiolibro.it e selezionato nel concorso del 2011. L’ultimo romanzo ha il titolo di Brumby, l’orizzonte degli eventi, pubblicato nel 2012 sullo stesso sito.
Ha vinto con Toccata e fuga il Premio di Noale per il Concorso “La Parola alle Donne, II edizione”. Il suo racconto Oroscopi nella notte e un mucchietto di sabbia ha ricevuto il terzo premio del Concorso “Il Delfino-Litorale pisano” del 2012. Una sua poesia, La bambina assorta, ha partecipato al concorso “Il Federiciano” ed è stata pubblicata nell’antologia poetica del 2011. Un’altra poesia, Lo scacco dei lumi, è stata accolta nell’antologia “L’arte in versi”, edizione 2012. Un suo scritto, Lettera a Tazio è stata pubblicata in “Ti volevo dire” da Leone editore.

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E voi? Conoscete Nadia e volete dirci qualcosa su di lei? O desiderate porle qualche domanda? Fatelo qui nei commenti!

“Di pietra e di luna”, Nadia Bertolani

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TITOLO: Di pietra e di luna
AUTORE: Nadia Bertolani (BIO)
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTRICE DICE CHE a Mavezia, città doppia e surreale, Ilaria ha vissuto nascondendo per anni un taccuino segreto. Quando decide di bruciarlo, un incidente mortale glielo impedisce. Lo troverà casualmente il figlio Luca, grazie ad Anapi, il bambino autistico della sorella gemella Antonia giunta da Monaco di Baviera. E’ il diario allucinato e struggente di una giovane donna. Luca scoprirà che si tratta della storia di sua nonna Virginia e della madre di lei, Mary, che nè lui nè la sorella hanno mai conosciuto: una vicenda tremenda e tenuta nascosta. Accanto a Luca e ad Antonia si muovono personaggi non secondari: Byron, il padre di Anapi, Aimone Fieschi, uno scrittore in crisi, Sara, una collega di Luca. E un oggetto ereditato: una Medusa di bronzo.

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DAL TACCUINO GIALLO A FIORI ROSSI

Una dedica
Alla mia bambina, nel suo tredicesimo compleanno, con gli auguri che questo quaderno possa riempirsi solo dei suoi pensieri e dei suoi disegni più belli.
Papà

Le prime dieci pagine sono coperte da disegni, schizzi di volti e di animali o figure intere dalla linea ondulata. Le poche frasi tracciate sono illeggibili perché l’inchiostro si è stinto in macchie azzurrine informi.

2 settembre 1935 XIII
Oggi è morto Paolo.
Paolo è mio padre. Era.
Mary mi ha comprato un taglio di tela nera per il vestito.
Mary è mia madre.
Non vuole che la chiami per nome, disapprova che io stia ferma davanti allo specchio, dice che parlo troppo e ad alta voce, dice che devo stare più dritta. Lei è sempre dritta, anche adesso, e piange appena, solo qualche lacrima. Bisogna essere forti, dice.
Io e Federico guardiamo e ascoltiamo il mare. Ogni onda che si frange contro le pietre di Venezia risuona come un rintocco funebre. L’ha scritto Ruskin.
A me piace Ruskin. Anche a Federico. Mary invece preferisce Harper’s Bazaar.
Lunedì porteremo Paolo all’isola dei morti.
Tutti in gondola a San Michele.

7 settembre 1935 XIII
Niente regata quest’anno, niente corteo.

19 settembre 1935 XIII
Sono piena di desideri.

4 ottobre 1935 XIII
Le truppe italiane hanno invaso l’Etiopia. Mary scuote la testa e borbotta di un imperialismo straccione.

21 novembre 1935 XIV
Alla festa della Madonna della Salute quest’anno niente Paolo e niente baìcoli. Anche Federico è taciturno come la marea che sale e che scende.

18 dicembre 1935 XIV
Oggi è la giornata della fede e la regina Elena ha pronunciato il suo discorso: si raccolgono le fedi nuziali, ma quando si tratta di oro Mary fa orecchie da mercante. La cuoca la guarda storto e l’ho sentita dire che non c’è da meravigliarsi, che dagli inglesi non può venire niente di buono. Io sono contenta che la fede di Mary rimanga al suo posto, lì dove l’ha messa mio padre. Mi manca!
Scrivo per te, Paolo, è il mio regalo di Natale.

Molte pagine strappate

6 marzo 1936 XIV
E’ finito il lunghissimo inverno. Forse potrò togliermi il vestito nero, le calze nere, il fiocco nero. Mary dice che i miei capelli rossi rendono poco credibile il lutto. Anche tu hai i capelli rossi, le ho detto. Ma non tutta quella carne sotto la camicetta, ha risposto lei.
Però niente Lido questa estate.
Cercherò di scrivere di più per far piacere a Paolo. Però, quando intingo la penna nell’inchiostro le parole svaniscono dalla mente e mi rimane solo un vuoto d’azzurro e quando traccio le prime lettere l’inchiostro si spande sulla pagina che diventa acqua.
E non si può scrivere nell’acqua.
E neanche nell’aria.
Solo sulle pietre.

20 aprile 1936 XIV
Dopo la scuola me ne vado a leggere sull’altana. Mary non vuole che porti in giro i libri di papà. Di Paolo. Lui invece era contento quando glieli chiedevo. Ma non dovevo toccare quelli di medicina.
Con il primo sole di primavera mi sono riempita di lentiggini. Mary copre le sue con la cipria.
Mary non tollera imperfezioni.

9 maggio 1936 XIV
Mussolini ha proclamato l’Impero. Tutti abbiamo visto il sorriso di Mary. Gli Imperi sono ben altro, dice. La cuoca ha messo troppo sale nella minestra. Per fortuna tra un po’ finisce la scuola. Anche Federico è contento.

15 maggio 1936 XIV
Sono andata all’Italico a vedere “Gli uomini che mascalzoni” e Federico si è arrabbiato con Mary perché sto troppo con le cameriere e faccio cose da cameriere; in effetti mi piace scambiare le cartoline degli attori con Elisa, lei ne ha moltissime in camera sua e spende tutto il suo stipendio al cinema e nella raccolta dell’Almanacco della Donna.

1 agosto 1936 XIV
Ho avuto la febbre alta per non so quanto tempo. Puzzo di medicine. Soffio sul palmo della mano per controllare l’alito. Federico mi racconta che deliravo. Dice che ha scritto tutte le mie parole e ne ha fatto una poesia che però non ha molto senso. Mary mi ha proibito di leggere.
Il dottor Manin mi guarda e mi fa un sacco di domande.
Io non ricordo niente.

10 ottobre 1936 XIV
Il sole della mia Venezia si è fatto pallido e io non so più dove siano finiti i giorni d’estate. Dal mare arriva strisciando una foschia che bagna i capelli.
Ieri, dalla vera da pozzo di Campo della Maddalena è spuntato fuori all’improvviso un gatto senza coda. Era mezzogiorno e lui aveva un’ombra lunga e sottile. Nessuno mi crede, eppure era un gatto magro e nero che è corso via miagolando. Cosa c’è di buffo?

16 ottobre 1936 XIV
Gloria ed Enrichetta non vengono più a casa mia e parlottano tra di loro e ridacchiano. Quando mi giro verso il loro banco, dietro di me, fingono di scrivere o di ascoltare la lezione e prendono un’aria indifferente. Mary dice che sono stata scortese con loro e che è meglio che per un po’ non vada a scuola. I professori si lamentano, dice, perché li interrompo quando spiegano. Strano, io mi limito a ridere!

31 ottobre 1936 XV
La settimana scorsa ho portato le conchiglie su, nell’altana, e le ho tutte ammassate in un angolo, una sopra l’altra, in un mucchio stretto perché potessero nascondersi, perché il pericolo è in agguato.
Il murex con i denti a pettine è però sbucato da sotto la mitra e le ha trafitto le macchie da leopardo con la sua punta lunga. Il nautilus, invece, ha preso le distanze dal mucchio e ha scelto uno splendido isolamento.
Ho appiccicato un biglietto sulle conchiglie così non me ne dimentico il nome. Spero che piova così le conchiglie ritroveranno un po’ della loro umidità.
Potrei anche gettarle nel rio dalla finestra.

3 novembre 1936 XV
Mary ha fatto riportare tutte le conchiglie nella vetrinetta del corridoio. Adesso se ne stanno lì, immobili e ordinate sui ripiani, al buio e all’asciutto. Questo non va bene, non è il loro posto, ma forse Mary ha paura delle conchiglie. Potrebbero farle capire chi è veramente.

Molte pagine illeggibili, alcune strappate.

3 giugno 1937 XV
Grande confusione in casa: uno sciame d’api è sceso giù per il camino. Non ho potuto fare a meno di urlare, non ho fatto altro che urlare e le cameriere non sapevano più di cosa avere paura, se delle punture degli insetti o di me. Federico rideva.
Domani Mary mi porta dal dottore.

6 giugno 1937 XV
Pare che questo sarà il mio ultimo anno di scuola.
Pare che io sia isterica. Lo ha deciso Mary.
Mary ha le labbra sottili e le tiene sempre strette. Forse teme che qualche gocciolina di saliva le sfugga dalla bocca quando parla, come succede sempre alla Fincato, la mia insegnante di ginnastica.
Io ho smesso di fare ginnastica perché ho il terrore che mi crescano peli grossi e neri come i suoi.
Non credo che sarò promossa.