“Il politico”, Pee Gee Daniel

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TITOLO: Il politico
AUTORE: Pee Gee Daniel (BIO)
EDITORE: Qulture Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il protagonista del romanzo non viene mai designato con nome e cognome, ma, a riprova della assoluta mancanza di una personalità propriamente formata, solamente attraverso l’incalzante uso di pronomi personali o per mezzo di due
nomignoli, il primo dei quali appare appunto nel brano seguente, che ci illustra uno dei primi momenti cruciali e rivelatori per comprenderne la mostruosità di fondo, la quale già inizia precocemente a trasparire durante l’età preadolescenziale.

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UN GIRO NEL BOSCO

Per le feste comandate, come fanno i più, anche presso i suoi famigliari era in uso riunirsi per fare onore alla tavola che occupava, per lungo, quasi l’intero soggiorno della villetta dei nonni. Da una parte si sedevano gli adulti. Ai più piccoli, cugini tra loro, e più o meno coetanei, era destinato il pezzo in fondo.
Curiosamente, anche il soprannome scelto per lui dai giovani parenti era Mangiamerda. Soprattutto Nico, figlio della sorella maggiore di sua mamma, ricorreva volentieri a quell’appellativo.
«Mangiamerda, mi passeresti l’olio?»
«Mangiamerda, mi passi il pane?»
«Mangiamerda, quand’è che te ne vai a fare nel culo?». Era un continuo. Lui, al solito, abbozzava. Che è dire troppo forse. Più che altro gli rimbalzava.
Scesi nell’orticello del nonno, si mettevano a sedere in tre sopra la larga altalena annodata al ramo più resistente della vecchia quercia vicina alla recinzione delle bestie. Si arrampicavano in tre, a volte in quattro, sull’asse che faceva da sedile e lo obbligavano a spingerli.
Obbligare, poi… Loro glielo dicevano, lui lo faceva.
«Ciao, Mangiamerda. Alla prossima,» lo salutò Nico mentre già montava sulla monovolume dei suoi quella volta che, alla fine, suo padre sbottò.
Stavano tornando loro pure in città quando, fissandolo per riflesso attraverso lo specchietto retrovisore, suo padre gli attaccò a dire, senza preambolo, e chiaramente su di giri: «È mai possibile, cazzo? Mai possibile che ti fai trattare a ‘sta maniera? Mangiamerda ti chiama quel cazzo di rachitico… E te? Niente di niente. Silenzio. Mica reagisci te… ma te… te l’orgoglio sai neanche dove sta di casa… Quello ti fa Mangiamerda, Mangiamerda, Mangiamerda. Le dieci e le cento e le mille volte. Te? Niente! Zitto! Che se ci dai anche solo un pugno in testa lo spedisci in coma, a ‘sto rachitico… E invece te? Niente.» Poi alla moglie, senza neanche rifiatare: «Senza spina dorsale l’hai fatto, ‘sto coglione. Senza midollo osseo. Proprio. ‘Sto coglione. Sembra manco mio figlio, sembra…». La madre taceva e guardava avanti.
Passò poco prima che cadesse la Pasqua.
A pasquetta, pranzo in famiglia. Barbecue.
Gli uomini si misero sin dalle dieci del mattino a manovrare con la grande griglia che il nonno, in vista di quell’occasione, aveva fatto murare in giardino, con tanto di comignolo e portavivande laterali in mattoni, non distante dalla pompa a mano che serviva a pescare l’acqua dal pozzo. Le donne in cucina, a preparare salse e antipasti.
I ragazzini erano lasciati a sé. Giocavano in veranda, infastidivano le poche bestie chiuse dietro casa, guastavano qualche ortaggio dei nonni a forza di calci o colpi di bastone.
Venne a lui l’idea di fare un giro su nel bosco.
Lui era l’unico tra tutti loro non solo a conoscere così bene quel posto, ma anche a esserci mai stato.
La proposta convinse i cugini, ben felici di interrompere per un po’ la noiosa attesa del pasto.
Arrivati ai piedi del sentiero, si divisero in coppie, così come aveva suggerito lui.
Lui stette con il cugino Nico.
Cominciarono a salire, in fila indiana, due a due.
Il suolo scrocchiava sotto i piedi. Non li preoccupavano né i graffi che procuravano i rovi e le spine dei fiori selvatici, né la penombra, quasi buia, in cui il boschetto giaceva. Era lo spirito d’avventura a animarli. Nulla li avrebbe potuti arrestare. E per di più il cugino si vantava di conoscere quel labirinto di arbusti e foglie che era una meraviglia.
«In cima c’è un tesoro», aveva assicurato. L’aveva detto con il solito sguardo e il solito tono di voce, ma già quel sostantivo, da sé solo, era sufficientemente evocativo per quelle loro incoscienti indoli preadolescenziali.
«Che c’è davvero lì sopra, Mangiamerda?» aveva chiesto a metà percorso Nico, con tono asciutto, rivolgendosi al cugino, che l’aveva preceduto di qualche metro per passare in mezzo a una strettoia di giunchi, dopo averlo afferrato per la giacca a vento con una presa risoluta.
«Vedrai,» gli aveva risposto quello, ricambiando per un attimo appena lo sguardo da sopra la spalla destra.
Si era fatto mezzogiorno quando i genitori si accorsero dell’assenza di quel gruppo di consanguinei partiti in spedizione. Il fumo grasso e denso della carne gettata sul grill riempiva l’aria. Fecero il giro della casa. Ispezionarono ogni angolo dentro e subito fuori dal muretto perimetrico intorno alla residenza dei vecchi.
Nessuno.
Si spinsero sempre più in là. Si allargarono a raggio per setacciare il circondario. Chiamavano i figli per nome, a voce alta, senza però ricevere alcun segno. Le donne, soprattutto, avevano voci che, dall’iniziale preoccupazione, sembravano farsi via via disperate. Si era già fatto il primo pomeriggio e la ricerca continuava. Arrivarono fino alle pendici dell’altopiano. All’inizio non avvistarono nessuno di conosciuto neppure lì. Stavano per lasciare la zona e scendere più in basso, in direzione della stradina sassosa che costeggiava gli ettari coltivati, quando riconobbero un flebile vociare. Era Dina, la più piccola del gruppo, che, spaventata e tutta un graffio, scendeva di corsa giù dal bosco: «Aspettate! Aspettate!… Nico… Nico…»
Il padre di Nico raggiunse l’imbocco della boscaglia con un unico salto vigoroso. La madre, già atterrita al solo sentir nominare il proprio figlio in una maniera così angosciata, con tratti sconvolti, si avvicinò alla nipotina: «Che succede a Nico? Che succede a Nico?» Quando comprese che non avrebbe ottenuto tanto facilmente una risposta da quel faccino spaurito, la scansò con un gesto pacato da una parte e corse lei pure dentro alla macchia di vegetazione.
Era quasi in cima, quando scorse finalmente il marito, ma l’impressione che ne raccolse fu tutt’altro che consolante.
L’uomo stava fermo impalato, con i piedi appoggiati a metà di un aspro inarcamento del terreno. Guardava giù, le mani rilasciate lungo i fianchi come se avessero perso ogni facoltà di movimento, lo sguardo fisso e privo di luce, la bocca semiaperta. Intorno a lui, il gruppo dei bambini, tutti intenti a guardare verso lo stesso punto. Tra loro si notava la mancanza di Nico.
La donna racimolò le poche energie che ancora la assistevano per raggiungere in tutta fretta il marito. Quando gli fu a fianco stentò a staccare lo sguardo da quel volto attonito e ammutolito. Facendosi forza, i suoi occhi presero a seguire le linee immaginarie che dalle pupille del marito calavano dritte su ciò che egli stava fissando. Infine lo vide, giù in fondo, a un centinaio di metri da loro. Il magro costato, i fianchi ossuti che spuntavano dalla camicia lacerata. La testa reclinata all’indietro. Le braccia divaricate e stese a mezz’aria. La corta, gracile schiena incurvata come una U capovolta per adattarsi alla forma del macigno su cui giaceva immobile.
Qualcuno dei bambini, tra singhiozzi e tremori, indicava agli occhi degli altri, rossi di pianto, il punto in cui Nico doveva aver messo il piede in fallo: un abbassamento del terreno che, proprio là dove il passaggio si spezzava in una parete scoscesa, diventava più sdrucciolevole a causa di alcune pietre piatte che lo lastricavano per un buon tratto.
Lui era l’unico a osservare imperterrito il corpicino sfracellato senza scomporsi. Sembrava quasi divertirsi, in qualche maniera.
Chiamarono il pronto intervento, l’ambulanza, l’elisoccorso. Più per rispettare una straziante routine che per inseguire anche solo il barlume di una qualche speranza.
Tutto fu vano.
Era ormai notte fonda quando le urla, il pianto a dirotto, la perdita improvvisa del sostegno delle gambe cedettero il posto a un immenso e incontenibile silenzio.
Lui e la sua famiglia ripartirono per far ritorno in città.
La madre gemeva, facendosi piccola sul proprio sedile.
Il padre, zitto e sudato, accendeva la sigaretta col mozzicone della precedente. Appena poteva, staccava gli occhi dalla strada per appiccicarli, attraverso lo specchietto retrovisore, sul figlio. Nell’abitacolo, l’unico rumore era quello della sua bocca, che si apriva e si richiudeva intorno al filtro in concomitanza con le boccate di fumo. Il ragazzo, seduto sul sedile posteriore, guardava attraverso il vetro, con il suo consueto sguardo vuoto, il morbido profilo delle campagne che pian piano cedeva il posto alle angolose forme geometriche dell’architettura cittadina. Il padre non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Lo osservava con insistenza e, nel frattempo, continuava a fumare serratamente. Più lo guardava e più quei sospetti che lo stavano scombussolando gli crescevano, e crescevano, dentro, fino a mutare quasi in certezza. Lui, da parte sua, poco prima che il veicolo si immettesse sulla rampa, che risalendo dal sottopasso portava in centro, per colpa di tutto quel dondolio, aveva preso sonno.

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