“Eiynthra – Quinta Era della Natura”, Jaylin Willow (2)

Eiynthra
TITOLO: Eiynthra – Quinta Era della Natura
AUTORE: Jaylin Willow
EDITORE: Wondermark Libri

L’AUTORE DICE CHE quanto state per leggere è parte di un racconto Fantasy ambientato in terre diverse da quelle oggi conosciute, in un tempo indefinito che non rispecchia né il passato né il futuro dei nostri giorni. Le prime pagine sono riportate esattamente come nel libro, in modo tale che il lettore possa avere ben chiara l’impronta che poi avrà l’intera storia. In aggiunta, ha scelto una piccola scena ambientata all’incirca dopo la metà del libro, dove uno dei protagonisti, Vearìlee, si troverà in serio pericolo. La storia si snoda attraverso differenti Ere. Qui sono riportate parte della Quinta Era della Natura, e ciò che ha dato origine alla Prima Era della Natura, ossia la storia della giovane Annabelle.

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L’IMPORTANZA DEI SOGNI

Le composizioni floreali risuonavano come opere musicali ai suoi occhi, incantati dal fare fanciullesco di un mondo giocoso. Avvolto nelle grazie del cielo luminoso, il giorno scintillava estraendo un senso d’innata allegria, e al caldo tepore del sole la natura esitava a nascondere i suoi figli. Dai più piccoli ai più grandi, tutti erano ansiosi di vivere quella splendida giornata. Annabelle tornava spesso in quel luogo che l’aveva vista crescere e giocare, rincorrendo a volte anche le api, che però rimanevano maggiormente interessate ai fiori zuccherini. Nel suo inconscio avrebbe voluto essere ancora bambina, non per ricercare un’innocenza perduta, ma per riavere la spensieratezza del domani. Quanti ricordi correvano nella sua mente, davanti ai suoi occhi: la voce di sua madre, così serena e pacifica, mai stanca di chiamare il suo nome quando i tramonti preannunciavano l’inizio delle beatitudini serali. Quel caro ricordo di suo padre, lavoratore instancabile, che coltivava i campi appena dietro la vecchia casa in cui abitavano. Oggi, pur essendo disabitata da anni, non aveva ancora l’accurato tocco del pesante tempo. Avrebbe voluto essere ancora bambina Annabelle, solo per poter rivivere quelle gioie che si mostrano velate dall’infinito. Ma ormai era donna, e niente avrebbe potuto riavvicinarla a quel mondo divenuto irraggiungibile. Nelle notti estive si addormentava cullata dalle lucciole, le quali, nell’intensità della notte, scrivevano il suo nome augurandole i sogni più dolci. E i pomeriggi liberi da scuola, passati a correre insieme al vento per scoprire chi fosse il più veloce. Quelle brevi estati, incorniciate da lunghe giornate in cui gli alberi sfoggiavano i loro eleganti abiti, lasciando cadere minuziose tracce del proprio nome, erano ancora vive in lei.
Ricordi
Solo ricordi
Dov’era mai andata la sua appassionata e seducente infanzia? Forse era stata oscurata da un sortilegio chiamato passato, che ne aveva lasciato solo piccole orme su una terra già calpestata. Ogni anno, alla ricorrenza della sua nascita, Annabelle riprendeva parte all’enfasi di quel dono.
Non per ricercare un’innocenza perduta, ma per riavere la spensieratezza del domani.
Le ore passarono veloci, e Annabelle si vide costretta a rientrare a casa. Ben due ore di macchina la distaccavano dalla sua attuale residenza, nelle vie centrali della grande città di Bianca. Le luci della capitale la rendevano quasi cieca nelle ore serali, infastidita da tutto ciò che sembrava offuscare la cara luna e le amiche stelle. Arrivata al suo appartamento, nei piani alti di un grattacielo, si distese sul letto per qualche istante. Lasciandosi cullare dalle fantasie che la rincorrevano da storie già avvenute, cedette ai suoi desideri, accettando nel suo inconscio ogni compromesso pur di vederli realizzati. Era una splendida serata autunnale.
Il vento soffiava nella piccola dimora passando per la finestra aperta, quasi a sussurrare la sua presenza estranea tra i lunghi capelli castani di Annabelle, adagiati perfettamente sul morbido materasso. Annabelle cadde in un lieve stato di meditazione, e iniziò a vivere in altri luoghi ogni suo pensiero. Le immagini s’imposero in realtà nitide, tali d’apparire come vecchie fotografie prese da un album di famiglia, sepolto da qualche parte sotto la dimenticata polvere.
L’invito di un cielo limpido di primavera, la fresca e trasparente acqua di un ruscello di montagna, un sole caldo pronto a offrire conforto. Una foresta dal cui interno si udivano cantici e musiche ricorrenti alla vita. Quei suoni catturarono la sua attenzione, liberandola da ogni pensiero che turbava il suo animo. Guidata dai profumi freschi e invitanti a una permanenza longeva, si addentrò, scoprendo le risa di chi stava gustando il momento della compagnia. Si soffermò dietro un albero dal tronco molto grande, forse una sequoia, quando la sua mente iniziò a stipulare accordi con dubbi e domande. In quel momento, le immagini iniziarono a essere più confuse, tentando quasi di allontanarla da quel luogo incantato. Si rilassò con un lungo e silenzioso respiro, per poi scostarsi leggermente, cercando una fortunata occhiata per intravedere i musicanti. La distanza tra lei e gli esecutori era breve, per cui bastò poco: apparivano simpaticamente minuscoli, seduti felicemente attorno a un fuoco che danzava al ritmo da loro imposto. La loro pelle sembrava esser della stessa corteccia degli alberi. I loro occhi, sebbene fossero chiusi, avevano un taglio grande rispetto ai minuti lineamenti del viso, e le mani con cui suonavano avevano solo quattro dita affusolate. In quell’istante si aggiunsero le quasi eteree fate, iniziando una danza mistica, che dava l’impressione di preservare la foresta da ogni male.
Annabelle continuava a osservare, noncurante di chi la stesse studiando.
« Annabelle » disse una voce in gentil tono. Guardò attorno a sé, ma non vide nessuno, quando la voce riprese « Quassù ». Alzando lo sguardo all’albero che la nascondeva, vide una figura femminile vagamente familiare, elegantemente seduta su uno di quei robusti rami. Il suo aspetto era simile ai musicanti già perduti nelle loro note. La sua voce era appena percettibile, ma perfettamente chiara a ogni lettera pronunciata « Benvenuta, Annabelle. Ti stavamo aspettando ». L’albero, delicatamente, si piegò accompagnandola verso Annabelle, la quale non sentì il desiderio di scappare, nemmeno quando furono a un solo passo l’una dall’altra. In quel momento riconobbe quella strana creatura.
Accadeva nei giorni della sua primordiale gioventù, periodo in cui l’infanzia era solo un altro nome del giocare. Ricordava quel volto svelato dai raggi del sole, e ancor di più ricordava quei brevi istanti in cui, accorgendosi di esser vista, cercava di nascondersi tra i vecchi alberi del bosco vicino casa. Ora Annabelle riconosceva i luoghi della sua infanzia, in quello strano sognare dove tutto si mostrava così come avrebbe voluto lei. Ciò che credeva nascosto adesso stava dinanzi ogni suo senso. La magica fanciulla porse un gradevole sorriso, invitando la sua ospite a seguirla con un semplice gesto. In quel mentre nacquero in Annabelle altri quesiti, e ancor prima di riuscire a parlare, le immagini tornarono confuse, quasi soffocate dal suo stesso pensare. Ogni singola forma di dubbio sembrava venir rifiutata in malo modo, a dimostrare che in quel posto le incertezze non potevano esistere, lasciando spazio solo ai sensi e all’istinto. Iniziarono il cammino passando accanto proprio ai piccoli musicanti in festa, i quali aprirono i grandi occhi dai vividi colori della Terra, salutandole con un cenno di capo al loro passaggio, senza per questo cessare quella strana musica. Dopo vari sentieri, tra alberi rigogliosi e cespugli fioriti, intrapresero una piccola via dove il sole era ben in vista isolato nel cielo, sostenente il giorno. Nei colori variopinti della foresta, la misteriosa entità continuava il suo cammino, assicurandosi senza voltarsi di aver sempre ben vicino la gradita ospite. Soltanto in quell’istante Annabelle notò che i soli passi udibili erano i suoi. Quella prodigiosa esistenza non lasciava nemmeno una singola impronta, non la più piccola traccia del suo passaggio. Il sentiero iniziò a farsi sempre più ampio, finché non giunsero a un ruscello di acqua pura e cristallina. I sassi al suo interno erano misti tra un particolare color mattone e il classico grigio, che per molti esprime eleganza. Per consentire il passaggio, sopra il corso d’acqua vi era un piccolo ponte di legno della più comune forma d’arco, perfetto per chi avesse avuto intenzioni romantiche. Vi salirono e Annabelle soffermò il suo sguardo nell’acqua sottostante. Il suo riflesso si espose nella calma di quel limpido, e vide che il suo volto era tornato quello di bambina. Si voltò a guardare la sua guida in un espressione che regalava solo sorprese. « Di cosa ti stupisci? » disse la fanciulla del bosco in un sorriso « Qui ritrovi la verità sui tuoi sogni. Era da tempo che ti stavamo aspettando, e finalmente ci hai trovati. In questo posto, che acquisisce la magia dalla Terra, non esistono domande. Solo risposte. È per questo che ora non riesci a esprimerti. Non utilizzare la mente, vivi con l’anima. Ricordalo la prossima volta che tornerai, ricorda anche il mio nome. Ora apri gli occhi, piccola Annabelle ».
« Apri gli occhi »
Annabelle aprì lentamente le palpebre per nulla intorpidite, rivedendo il soffitto del suo appartamento rimasto immutato. La luce del sole entrava fioca dalla finestra, e mentre le baciava teneramente la guancia, realizzò di aver dormito una notte intera. Tutto quel tempo passato in quel posto così familiare quanto strano, era stato solo un incredibile sogno, una visione che le aveva permesso di vivere la sua fantasia. Riconobbe con assoluta certezza che il bosco sognato era lo stesso accanto alla sua vecchia casa, ma nulla era simile a quanto ricordava nella realtà. E quelle parole prima del risveglio, cosa mai potevano significare? Troppe domande a cui mancava una risposta sincera e leale. Si voltò sul fianco, e dopo un leggero sbadiglio, notò la sveglia che indicava Lunedì mattina alle ore sette e trentotto. Era rimasta assopita per oltre due giorni, dal Venerdì sera in cui si era coricata fino a quel momento. Ora la fretta le faceva da padrona, ordinando di correre per non tardare al lavoro. Dopo aver chiuso la finestra rimasta aperta l’intera durata del sogno, si recò in bagno e accese la doccia, attendendo la temperatura ideale dell’acqua. Continuava a rivivere quell’esperienza, così intensa ed emozionante, che l’aveva tenuta addormentata tutto quel tempo. Ma ciò che più le dava pensiero, era la sensazione che ogni cosa in quel sogno, persino lei, fosse più reale di quel mondo che vedeva ogni giorno. Si tolse i vestiti ed entrò sotto la doccia. L’acqua calda le rilassava la pelle, ma non i pensieri. « Non si può vivere meglio in un sogno » si ripeteva sottovoce. Terminò di lavarsi, indossò il suo morbido accappatoio bianco con il ricamo del suo nome e si recò di nuovo in camera. Velocemente si rivestì, optando per una tenuta comoda e semplice, che di certo non avrebbe dato alcun fastidio in ufficio. In meno di trenta minuti fu pronta per recarsi a quell’odioso e detestabile lavoro. Non era la mansione in sé a infastidirla, ma i colleghi che non riuscivano a capire il suo esser semplice, scambiando una nobile qualità per un difetto d’ingenuità. Ogni metro percorso in macchina verso quel posto in cui le verità erano state dimenticate, Annabelle acquisiva coscienza di dover affrontare un’altra giornata in cui avrebbe dovuto rinunciare a esser sé stessa. Alle otto e trenta giunse a suo dispiacere a destinazione. Le prime ore passarono rapidamente, tra pettegolezzi di colleghi e serietà professionale. Arrivò l’ora della pausa pranzo, momento in cui gli impiegati uscivano dai propri uffici per recarsi in un ristorante al di là della strada. Per la prima volta, incuriosendo i colleghi, Annabelle rimase al proprio posto, scusandosi per non prestare la propria presenza « Ho un paio di cosette da sbrigare da Venerdì! Me n’ero completamente scordata! ». I colleghi, premurosamente già sull’uscio della porta, non cercarono nemmeno di verificare che fosse vero, voltandosi in un veloce gesto simile a un saluto. Rimasta ormai sola con il lieve ticchettio dell’orologio attaccato al muro, Annabelle si chiuse nel mondo delle continue e assillanti domande, disturbatrici perpetue dei suoi pensieri. Nemmeno il lavoro era riuscito a distoglierla da quella struggente quanto inverosimile esperienza. D’impulso dovette prendere carta e penna, e senza una valida ragione iniziò a disegnare un cerchio, continuando a passare sopra lo stesso più volte.
A seguire fu soltanto un istante di completo smarrimento.
Riprese il controllo dei suoi sensi solo grazie ai rumori dei colleghi appena usciti, che per qualche oscuro motivo, stavano rientrando. Quando Joyce aprì la porta, vide Annabelle con gli occhi sbarrati, invasa da un colore pallido poco naturale « Annabelle! Stai bene? Mi sembri pallida… ». Prima di rispondere, strizzò fortemente gli occhi « Si, grazie! Ma non eravate appena usciti? ». Joyce guardò la collega al suo fianco e poi si mise a ridere « Non dirmi che ti sei addormentata sul lavoro arretrato! È già passata la pausa! » Annabelle timidamente sorrise, poi chinando lo sguardo, notò il foglio sulla sua scrivania. Sorprendentemente, riportava una scritta in una calligrafia che non era la sua.
“Percependo la reale Natura, s’intreccia tra migliaia di vie l’unica Verità
in cui nessuna domanda ha vita.
Consapevole dell’unica risposta, l’uniformità del corso porta all’inevitabile
nozione che l’anima è padrona.
Apri gli occhi ”
Annabelle sentenziò il suo stupore con la bocca spalancata, ammirando quel foglio sul quale doveva esserci soltanto un cerchio ben marcato. Mentre gli altri impiegati riprendevano i propri posti, Joyce le passò accanto per recarsi alla sua scrivania. Accorgendosene, Annabelle cercò di nascondere il foglio, quando di colpo Marcus glielo tolse con un tocco degno di un borseggiatore. Entusiasta della sua piccola bravata, si mise a correre per l’ufficio come un bambino che ruba le caramelle a un compagno di scuola. Annabelle si alzò di scatto e lo seguì in piccoli passi, rapidi e nervosi. Quando finalmente Marcus decise di fermarsi, iniziò a leggere il foglio: ai suoi occhi, vi erano solamente riportati inutili segni, strane linee spezzate miste a piccoli cerchi e altre linee ondulate. « Ti sei data all’arte astratta? » chiese lui. Annabelle non disse nulla, limitandosi a farsi ridare il foglio, esprimendo il totale disappunto per il gesto incrociando lo sguardo di Marcus. Senza bisogno di ricontrollare il messaggio, piegò la carta e la mise nella tasca dei pantaloni. La seconda parte della giornata lavorativa, passò tanto veloce quanto la prima. Imbronciata e palesemente scocciata da quell’ambiente malsano, Annabelle non pronunciò nessuna parola, eccetto che per questioni lavorative e solamente con l’amica Joyce. Non odiava gli altri suoi colleghi, ma le sfuggiva il motivo di tanta mancanza di rispetto, e non solo nei suoi confronti. Se si escludeva Joyce, ovvero l’unica dotata di buon senso, pareva che le persone di quell’ufficio vivessero rinchiuse in una gabbia, pronte a sbranarsi l’una con l’altra. Finalmente giunse l’orario che segnava il termine della giornata lavorativa, e le due amiche uscirono dall’ufficio insieme, com’era ormai abitudine giornaliera. Joyce, notando che l’umore di Annabelle non era migliorato, racchiuse la sua saggezza in un semplice consiglio « Annabelle, perché non vai da tua madre? Di solito quando sei giù e poi vai a parlarle, il giorno dopo sei di nuovo raggiante come una stella! ». Annabelle dispose sul volto un sorriso, rispondendole però di accusare stanchezza, e che quindi preferiva recarsi a casa. Salutata Joyce, lentamente salì nella sua comoda auto. Nel momento in cui accese il motore, sentì il desiderio di seguire il consiglio dell’amica. Non comprese l’origine di quell’innato desiderio improvviso. Impiegò diversi minuti prima di imporre a sé stessa la sua scelta di recarsi a casa. Nel tragitto in macchina continuava a rivedere quella scritta dal significato impenetrabile, a cui solo i suoi occhi avevano avuto accesso.
Ogni particolare della sua vita, ogni ricordo creato e ogni sensazione vissuta, in quell’istante le parvero sprecati. Ritornò con la mente su quel bizzarro sogno, che per qualche mistero, doveva pur aver un briciolo di verità. “È così per ogni sogno” le disse una volta suo padre, quando da bambina, il destino ancora non si era presentato tra le sue mani. Sorrise ripensando a quelle parole rimaste impresse nell’anima.
« Ricorda, dolce Annabelle: i sogni, sia notturni che diurni, portano sempre e solo alla verità. È così per ogni sogno »
Ma quello della notte precedente ancora non conduceva da nessuna parte. E qualora fosse stato detentore di qualche verità, quale mai sarebbe stata? Forse stava impazzendo, vittima di una follia causata dal continuo voler rivivere i suoi ricordi. E poi c’era quell’essere, la sua guida attraverso il bosco. « Ricorda il mio nome » le aveva detto. Eppure, nella sua memoria priva di difetti, era certa che la strana entità non le avesse detto il suo nome. Ma in cuor suo, Annabelle sapeva che da qualche parte c’era una risposta a tutto questo.
Arrivò nella via del suo appartamento e parcheggiò l’auto. Quando scese, ebbe il presentimento che qualcuno la stesse osservando da una certa distanza. Scosse la testa e si recò in casa, fischiettando quasi più aria che suoni, tradita dall’ansia rimasta al suo fianco. Entrò nell’appartamento, si tolse le scarpe e le ripose con cura nell’apposito armadietto. Andò in bagno, e dinanzi allo specchio delle illusioni, iniziò a togliersi il sottile strato di trucco, galante benefattore che le donava qualche anno di meno. Sorrise guardando il proprio volto riflesso, felice di essere tornata nel suo piccolo rifugio in cui il mondo non l’avrebbe mai toccata. Durante la solitudine serale, il suo spirito traeva piccoli benefici, approfittando di questi momenti per rigenerarsi del tutto. Una cena veloce, caratteristica fondamentale di chi vive solo, le diede l’energia necessaria per affrontare la notte incombente. Si recò in camera e aprì la finestra, non curante delle prime brezze autunnali che le accarezzarono il viso. Immersa nei dubbi e stanca per la giornata, si distese sul soffice letto. Nel suo unico pensiero, il più intimo, era speranzosa di poter ricreare le condizioni della notte precedente, tempo che l’aveva vista protagonista in quel mondo addirittura per giorni interi. Non pensava più ai problemi del lavoro, ai colleghi, alla sua vita: ciò che le interessava, era soltanto capire ciò che le stava accadendo. Si ricordò del foglietto nella sua tasca: allungò la piccola mano dalle splendide e perfette dita e lo prese, portandolo davanti ai suoi occhi senza aprirlo. Rimase minuti interi in quella posizione senza far niente, eccetto che respirare e guardare. Si sedette sul bordo del materasso, aprì l’ultimo dei tre cassetti del comodino, e lo ripose con cura sotto un libro che le regalò sua madre diversi anni prima. Dopo un lungo sospiro si decise a togliersi i vestiti, sostituendoli con una vestaglia notturna in seta bianca, e si coricò nel letto.
Buio
Silenzio
Il risveglio avvenne tramite un intermittente suono d’estremo fastidio, così dichiarato da chi è ben assorto dal proprio riposo. Annabelle spalancò gli occhi e si voltò di scatto verso il comodino, nella piccola illusione che ancora una volta fosse passata più di una semplice notte. Il perfetto funzionamento della sveglia indicava Martedì, ore sette e quindici. Si rigirò sulla schiena, guardando il soffitto colorato dalle prime luci mattutine, ascoltando i canti dei passerotti mescolati ai motori dei veicoli più distanti. Dopo un intenso sbadiglio che la pregava di non alzarsi, realizzò che non aveva sognato nulla. Non un semplice colore, non un suono, non un odore e nemmeno la più piccola sensazione. Certo, un sonno senza sogni è possibile, o in miglior razionalità, è possibile che al risveglio non ci si ricordi di nulla. Questo però, non era mai accaduto ad Annabelle. Spesso, nella sua vita, si era svegliata credendo di non aver avuto contatti con il mondo onirico, ma dopo pochi attimi ricordava almeno qualche particolare, anche una sola immagine che provava l’esistenza dei sogni nella sua vita. Questa era la prima volta in cui ricordava solo l’oscurità, così come le era successo in ufficio il giorno precedente. I minuti passavano, e a malincuore, Annabelle doveva recarsi al lavoro. Compì il suo rituale mattutino, cambiando com’era solita fare ogni giorno, l’ordine delle sue abitudini, così da non cadere mai nella disperata monotonia. Si avvicinò alla finestra rimasta aperta tutta la notte, e respingendo le lusinghe del vento d’Ottobre, noto corteggiatore di giovani donne d’ogni luogo, chiuse le ante. Annabelle si sentiva frustrata in quel risveglio, corrispondente al giorno della sua vita in cui era stata privata anche dei sogni.

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