“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (2)

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TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL GIOVANE CNEER

Ad Aletstar viveva un giovane Tecnico, dotato di una facoltà molto particolare e con pochi precedenti noti. Egli era in grado di leggere nel pensiero, con la sola limitazione di potersi concentrare su due o tre persona alla volta e di necessitare di una sorta di loro approvazione. Nessuno si era ancora spiegato a fondo come funzionasse; in ogni caso, per fare in modo che Crestol sentisse, occorreva inviargli un pensiero direttamente. Lui stesso si definiva come un “cacciatore di animali domestici”. Solo in rare occasioni captava pensieri casuali.
Nonostante la giovane età, Crestol manifestava da tempo il desiderio di unirsi al fronte operativo dei Tecnici, a coloro che agivano per contrastare i Religiosi e guadagnare il consenso della gente. I suoi genitori non approvavano queste tendenze; sua madre era dotata di poteri, mentre suo padre era un uomo comune, ma entrambi preferivano vivere da persone qualunque, senza combattere per cambiare il mondo. Si erano opposti allo spirito battagliero di Crestol sin dalle prime avvisaglie, ma erano sufficientemente saggi da sapere che tarpare le ali a un giovane pieno di sogni e speranze non avrebbe portato a nessun risultato positivo. Alla fine avevano acconsentito che seguisse altri Tecnici per imparare da loro, tuttavia continuavano a vivere nel timore e si auguravano che l’esperienza diretta convincesse Crestol ad abbandonare l’azione.
Gli altri Tecnici di Aletstar furono ben contenti fin da subito di accogliere un giovane speranzoso e pieno di energia. La sua particolare facoltà risultava inoltre molto interessante e potenzialmente decisiva. Non passò infatti molto tempo prima che, da semplice spettatore, Crestol si trasformasse in una pedina importante per l’azione dei compagni.
I problemi legati alla città di Mistar, ancora fortemente radicata alla tradizione e perciò a rischio di rivolte popolari o di interventi degli ardmala, rendevano necessarie misure cautelative per i Tecnici che vi operavano. A Crestol era stato affidato il compito di agire in incognito, appostandosi in zone strategiche della città o appena fuori dalle mura, in ascolto dei suoi compagni in servizio. In caso di imprevisti, Crestol avrebbe potuto ricevere l’allarme silenzioso e radunare quanto prima i rinforzi dalla vicina Aletstar. In tempi recenti gli era stato affiancato Cneer, un altro giovane promettente, capace di correre a velocità impensabili e quindi ideale per fare da messaggero d’emergenza.
Nella pratica, l’entusiasmo di Crestol per il suo incarico era stato smorzato dalla calma piatta che caratterizzava ogni giornata. Da quanto gli avevano raccontato su Mistar, si era immaginato una città devastata dalla guerra civile e in cui fosse pericoloso anche solo passeggiare. In realtà non accadeva mai nulla, proprio come nella sua Aletstar, e non gli era mai capitato di ricevere un singolo pensiero di aiuto da Punyol o Gabraber, che erano i Tecnici operativi a Mistar. In alcune occasioni li sostituivano altri due uomini, un certo Amildren e un tale Pyelstron. Amildren, quasi coetaneo di Crestol, era solito inviargli pensieri e battutacce volgari, per divertirsi.
Anche quel mattino Crestol era in servizio. Passeggiava stancamente davanti alla porta principale di Mistar. In una giornata così noiosa l’unico sollievo era dato dal tempo meraviglioso e dal panorama che circondava la città. Le maestose montagne di Mistar, che delimitavano i confini settentrionali del Regno, l’altopiano a sud-est e le sconfinate pianure che si estendevano a sud-ovest.
Come spesso accadeva, Cneer non si era presentato; diceva che, se proprio doveva sprecare il proprio tempo, preferiva gironzolare in città o prendersi gioco dei cloy che abitavano vicino alle foreste ai piedi delle montagne, facendoli imbestialire per poi scappare alla sua irraggiungibile velocità. Crestol condivideva l’opinione che il compito loro assegnato fosse noioso e probabilmente inutile in tempi come quelli, ma non se la sentiva di venire meno agli impegni. Pensava che diventare un eroe non significasse essere sempre in azione, ma farsi trovare pronto al momento opportuno.
Quel giorno la sua pazienza venne ripagata e la sua concezione di eroismo trovò conferma. Seduto su una pietra affondata nel terreno e circondata dall’erba alta, giocherellava con un rametto, rigirandoselo tra le mani, quando udì qualcosa. In alcune occasioni gli era capitato di non discernere parole pronunciate da altre solo pensate e intercettate con la mente, ma in quel momento non ebbe dubbi che il messaggio giungesse da lontano.
“Gli ardmala ci hanno preso, hanno ammazzato Gabraber, ora tocca a me. Avvisa tu…”
A pensare era Punyol. Crestol scattò in piedi, il cuore in gola, senza sapere come comportarsi. Aveva avuto mesi per prepararsi a una situazione di emergenza, ma il panico gli offuscò la mente. Dapprima gli balenò l’idea di correre in città e cercare i suoi amici, ma se davvero gli ardmala avevano teso un agguato non avrebbero esitato a catturare anche lui, giovane, inesperto e soprattutto senza poteri da sfruttare per combattere.
Senza esitare oltre, cominciò a correre verso Aletstar.

“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (1)

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TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL RIMORSO DI STREELAR

«Allora?» la incalzò Amildren «venendo al dunque? Come l’hai sistemato, quel bastardo?»
Gavren lo fulminò con un’occhiataccia.
«Già poco prima avevo rischiato di mandare tutto all’aria» continuò Streelar, come se nessuno l’avesse interrotta «un altro ardmal mi aveva fermata, notando che mi facevo largo tra la gente, e se solo avesse chiesto di esaminare il mio sacchetto di mele o se mi avesse costretta a rimanere più indietro… poi mi ha lasciata andare, ma promettendomi che mi avrebbe raggiunto a casa per abusare di me, così…»
«Che gran animale!» commentò Amildren.
«Così il tutto si è sommato, la tensione per il rischio corso, la paura, la rabbia verso quella guardia e il disgusto nel pensare a come abusano del loro potere. È stato come se ogni emozione si traducesse in energia e questa energia trovasse come valvola di sfogo il mio piede. Io… ho spinto la gamba che era rimasta libera con tutta la forza che avevo e ho colpito in pieno volto l’ardmal che mi stringeva.»
«Che donna!» sorrise Amildren, ignorando Gavren e i suoi continui sguardi.
«Ho distolto subito l’attenzione, ma non abbastanza in fretta» proseguì Streelar, che non rideva, anzi aveva cominciato a piangere angosciata «ho fatto in tempo a vedere l’elmo che cadeva, il collo che si piegava all’indietro, il sangue che schizzava dal naso e dalla bocca sulla mia gamba, un dente che si staccava. E lo scricchiolio che ho sentito sotto al piede, le ossa del volto che si rompevano… la stessa sensazione di quando schiaccio un insetto, ma quello era un uomo!»
«Per fortuna Crestol mi ha aiutata a risalire la corda, altrimenti sarei rimasta ferma lì a farmi ammazzare. Non avevo né la forza né la voglia di muovermi, avevo tolto la vita a una persona! In quel momento, anche se sembra assurdo, ho pensato che lui potesse avere una moglie e dei figli che lo aspettavano a casa e che non lo avrebbero mai più rivisto per colpa mia. Avrei voluto morire io stessa, ma…»
«Ma non sei morta e non dovrai farlo ancora per molto tempo» concluse Gavren, che aveva udito a sufficienza «tutti noi abbiamo vissuto sensazioni simili la prima volta che siamo stati costretti a uccidere. Sì, anche tu Amildren, e cerca di essere serio per un attimo, per cortesia. Non avrei mai ritenuto probabile che tu dovessi difenderti con la forza, Streelar, ma anche in quel caso ti avrei scelta nella mia squadra, perché sei una donna forte ed estremamente importante, fondamentale per la buona riuscita del piano. Come infatti hai dimostrato.
«Ora non autocondannarti per quello che è accaduto. Ogni giorno, da sempre, decine di persone perdono la vita a causa dei Religiosi e degli ardmala. Pensa alle vittime della folla a Tyrloil, le morti più assurde che si possano immaginare; agli uomini malnutriti che cadono mentre lavorano nei campi, ai bambini che muoiono perché i genitori non hanno di che nutrirli, o alle misteriose sparizioni di chi critica apertamente l’ordine. La morte di quell’ardmal potrebbe significare la sopravvivenza di cinque, dieci persone innocenti. Potrebbe salvare una giovane ragazza dalla violenza sessuale, o un anziano dissidente da torture inumane.»
«Ma come possiamo porre fine alla violenza con altra violenza?» obiettò Streelar.
«Si chiama guerra» rispose Amildren, tornato serio dopo l’ultimo rimprovero.
«È orribile!»
«Ma non l’abbiamo voluta noi» le ricordò Gavren «non serve che ti spieghi come siamo arrivati fino a questo punto. Abbiamo portato avanti le idee dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri antenati per secoli fin dall’alba dei tempi. La diplomazia non ha mai avuto successo, l’unica lingua che i Religiosi sembrano comprendere è quella della violenza, la stessa che riservano a un popolo accecato e ammansito con le loro storielle. Ti piace la vita che si conduce nel Regno?»
«Assolutamente no, lo sai» confermò Streelar, tirando su col naso.
«Allora è necessario cambiarla, perché non piace a nessuno, se non al Manderley e alla sua cerchia di eletti. Noi lavoriamo per questo da sempre e dobbiamo accettare l’idea che un cambiamento radicale richieda sacrifici, lotte, sangue. Un giorno avremo la meglio e tutto questo sarà un ricordo, un prezzo che avremo pagato per comprare la serenità di un intero popolo. E quel giorno è più vicino che mai, dopo il risultato che abbiamo ottenuto ieri. Non credi?»
Streelar annuì, mentre Amildren fissava Gavren in uno stato di evidente, profonda ammirazione.
«Ora procediamo, perché la svolta per Alethya è cominciata ieri, ma non siamo che all’inizio.

“Algoritmi di Capodanno”, Stella Stollo

COPERTNA ALGORITMI

TITOLO: Algoritmi di Capodanno
AUTORE: Stella Stollo (BIO)
EDITORE: ARPANet

L’AUTRICE DICE CHE Una quarantenne, single con un matrimonio fallito alle spalle, è alla ricerca del grande Amore.
La storia si svolge in un piccolo paese immerso nel cuore verde dell’Italia, nel contesto degli insoliti locali che fungono da enolibreria e galleria-café, dove Cinzia lavora come art director, pur avendo una laurea in matematica.
Soddisfatta delle sue scelte professionali, la sua vita sentimentale fa però acqua da tutte le parti: gli unici appuntamenti che le fanno battere il cuore sono quelli virtuali con un perfetto sconosciuto, “incontrato” sul forum di un sito d’arte, che le invia cervellotiche e-mail nascondendosi dietro lo pseudonimo di Adrianomeis. Ma ecco che nell’ultima settimana di dicembre, mentre nella galleria-café fervono i preparativi per il cenone di capodanno, una serie di eventi ed incontri straordinari si inseriscono tra degustazioni di vini e cioccolato, assaggi di musica, reading di poesie e l’allestimento di una mostra d’arte frattale. Riuscirà a trovare l’uomo “giusto” seguendo la scia di segnali che solo apparentemente potrebbero sembrare coincidenze e che porteranno proprio nell’ultima notte dell’anno al risultato finale perfetto, come in un algoritmo.

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SCAMBIO DI MAIL

Alfeo mi colpisce ripetutamente il polpaccio con la testa miagolando, mentre verso i croccantini nella ciotola rossa. Mi sposto per farlo mangiare, ma lui prima mi ringrazia con gli occhi, poi getta uno sguardo alla ciotola blu ancora vuota e mi fissa di nuovo tra lo stupito e l’offeso.

«Hai ragione Alfeo, che sbadata!» mi scuso. «Hai sete? Vuoi un po’ di latte?» Prendo il cartone dal frigo e riempio la ciotola blu. Il gatto, soddisfatto, mi dà un’ultima zuccata nella gamba e poi si mette a mangiare.

Anche le mie piante devono avere sete, nell’ultima settimana non ho mai trovato il tempo per annaffiarle. A dire il vero sono molto stanca, la mezzanotte è passata da un pezzo e la serata è stata piuttosto intensa, però non posso andarmene a letto e ignorare l’evidente disagio delle piante. Non sarebbe giusto fare finta  di niente solo perché non hanno mezzi per protestare, non miagolano e non mi vengono addosso come fa Alfeo.  Sbadiglio e riempio d’acqua la caraffa.

Inizio da quelle che bevono di più, ma è meglio che dia un goccetto anche alle orchidee e alle succulente. In inverno mi sembra di abitare in un vivaio, perché oltre alle abituali piante d’appartamento sono costretta a rimettere anche quelle della terrazza. Alfeo ha smesso di mangiare e ora mi segue passo passo, in tutti gli angoli del soggiorno. «Non mi venire tra i piedi, mi fai inciampare» lo rimprovero mentre lo accarezzo sul mantello morbido e tigrato. L’amore per i gatti l’ho sempre avuto, innato e istintivo. Le piante invece ho imparato ad amarle negli ultimi anni. Nel mio piccolo appartamento di Berlino, dove ho vissuto per tre anni prima di ritornare all’ovile, ho iniziato a compiere alcuni esperimenti di giardinaggio fino a sviluppare pian piano una vera e propria passione per verde e fiori. Non avrei mai pensato che le piante fossero capaci di ricambiare i miei sentimenti in modo altrettanto appassionato. E invece sono gli unici esseri viventi capaci di esprimere amore allo stato più puro e nel suo significato più profondo, che è quello di elargire gioia incondizionata ed esente da calcoli e aspettative. Sulle piante grasse a volte sbocciano fiori dalle forme più varie e belle e dai colori più intensi che io abbia mai visto, fiori che possono durare anche un solo giorno o addirittura poche ore. Se in quel momento sei lì, non distratto da altre cose, pronto ad accorgerti della miracolosa bellezza di quell’effimera vita, ricevi in dono un puro momento di commozione. Un breve istante di estasi, in cui però è dischiuso il senso dell’esistenza di tutte le cose. Un po’ come il turbamento, ma in chiave positiva, che coglie coloro che soffrono della sindrome di Sthendal di fronte alla bellezza di un’opera d’arte.

 

Prima di riempire la vasca per un bagno profumato e ristoratore, accendo il computer e scarico la posta di oggi. Quattro messaggi nuovi, due di Bottega Verde con favolosi sconti, uno di eDreams per una settimana bianca da sogno ed ecco, finalmente, quello che mi interessa: una lettera di Adrianomeis.

 

Da: adrianomeis@free.it        Oggetto: Che Tempo!

 

Cara Cinzia,

piove, piove e ancora piove! Ma non è solo questione di tempo meteorologico, ti confesso che la tua lettera di ieri mi ha  un po’ rattristato. Ti stimo molto e mi dispiace saperti così malinconica e apatica, quasi un naufrago trascinato chissà dove dalle onde dell’Oceano. Essendo, seppur a malincuore, anch’io un essere umano mi sono ritrovato più volte come te a preoccuparmi del Tempo che passa. Anche se, devi rendermene atto, a renderci inquieti non è tanto il fatto che un giorno in più si è addizionato al passato lasciandoci una nuova ruga…

 

Do una grattatina alla pancia del gatto che fa le fusa sui miei piedi. «Hai capito Alfeo? Ci si mette anche questo oggi a parlarmi di rughe!»  Riprendo la lettura:

 

…quanto piuttosto il fatto che dobbiamo sottrarre un altro giorno al futuro che ci rimane a disposizione. Ma  passato e futuro hanno un senso? Purtroppo la nostra condizione di umani ci fa pensare al Tempo nei termini di una marcia a senso unico e irreversibile. Come diceva Kierkegaard, uno che della condizione umana si è lamentato non poco, La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti. A questo punto comprendo che sarebbe vano il mio tentativo di consolarti ricordandoti che, secondo gran parte della fisica moderna, la freccia del Tempo diretta in avanti è solo il risultato della legge dell’entropia, o seconda legge della termodinamica, sull’evoluzione del cervello umano. La nostra mente incanala gli eventi e li colloca nella stessa direzione in cui siamo abituati a disporre l’espansione lineare dell’Universo dal Big Bang in poi. E probabilmente non riuscirò a consolarti nemmeno ricordandoti che l’ Universo potrebbe essere solo un piccolo pezzo incastrato  in un puzzle  molto più grande e che nel Multiverso il concetto di Tempo è quasi certamente diverso dal nostro.

Se, come prevedo,  tutto ciò non ti è d’aiuto e di consolazione, proverò con una frase del caro, vecchio Einstein: Non penso al futuro, arriva così presto. Che tradotto in parole volgari, anzi in parole latine, significa Carpe Diem.

Nuota, Cinzia! Non ti lasciar trasportare dalle onde dell’Oceano, trova e segui la tua direzione!

Un caro saluto,                                                                Adrianomeis.

 

  Vado in bagno, senza spegnere il computer. Apro l’acqua del rubinetto della vasca, miscelo il calore al punto giusto e intanto scelgo tra i flaconi e le bottiglie sulla mensola. Ci vuole qualcosa di speciale per concludere questa giornata. Il bagnoschiuma agli agrumi mi pare troppo energizzante, quello al mughetto troppo sdolcinato, quello al tè verde troppo estivo, ci sono,  niente di meglio di arancia e cannella. Ne verso un po’ sotto il getto dell’acqua e aspiro gli aromi che si  sprigionano, caldi e stuzzicanti. Anche se sono stanca, devo rispondere ad Adrianomeis. Si merita sempre una risposta. L’ho conosciuto sul forum  di un sito d’arte circa un anno fa, appena tornata a vivere in Italia  mi sentivo piuttosto sola e frequentavo volentieri chat e forum virtuali. La nostra prima conversazione sull’interpretazione di John Malcovich nel ruolo di Klimt aveva ben presto assunto un tono tra il matematico-fisico e il meta-fisico, tanto da indurmi a lasciargli il mio indirizzo e- mail. Da allora ci scriviamo regolarmente e lui, ma potrebbe essere lei, dato che Adrianomeis è chiaramente un nick e non mi ha mai parlato di sé né della sua vita privata, ha sempre qualcosa da dirmi. Su qualsiasi argomento. Lascio scorrere l’acqua e ritorno al computer.

 

Da: cinzia.s@tele3.it

Oggetto: Re: Che Tempo!

 

Ciao  Adrianomeis,

innanzitutto grazie per i tuoi continui tentativi di farmi elevare al di sopra della meschinità  quotidiana. Ma a dire il vero oggi è stata una giornata eccezionale. Era cominciata male, poi ho incontrato ben due persone speciali e con una di loro ho potuto conversare addirittura della serie di Fibonacci e di matematica nascosta nell’arte. Mi sorge un dubbio, non sarai mica stato tu in incognita?

Comunque, sono troppo stanca e ti racconterò i dettagli un’altra volta. Per ora, volevo solo dirti questo: mentre felice per i fatti di cui prima annaffiavo cactus e orchidee, mi è venuto in mente che la mia abbastanza recente ammirazione per le piante possa essere intimamente collegata all’interesse per l’arte, che ho pazientemente coltivato negli ultimi anni e che mi ha resa  capace di cogliere  la sacra energia creatrice. Non potendo per la mia natura di agnostica attribuire l’energia creatrice ad un dio umanoide con la barba bianca, la avverto vibrare ovunque essa si renda sensibile e avvertibile con la sua magnifica attività, che siano il rosso e il nero abbracciati sulla tela, che siano le note armonizzate in una melodia, che sia il fiore dell’agave scosso dal vento, ogniqualvolta l’energia creatrice trasforma il caos in bellezza. Pensi che io sia una irriducibile folle?

A presto,                                                                            Cinzia.

 

  Clicco su Invia  a torno in bagno. Chiudo l’acqua, accendo una candela profumata alla mela e cannella e la sistemo sul bordo della vasca, per aumentare l’effetto dell’aromaterapia. Mi strucco e mi detergo il viso, mi spoglio, prima di entrare in vasca decido di spalmarmi sul volto una maschera antistress alle alghe e malachite che mi ha regalato Elisa per Natale e che non ho ancora provato. Ora sono pronta, però non resisto alla curiosità di vedere se Adrianomeis ha già letto la mia lettera. Così conciata, torno al computer e trovo ben due e-mail, una è la conferma di lettura e una è addirittura la risposta.

“Sabbie Mobili”, Rita Parisi

cop sabbie mobili
TITOLO: Sabbie Mobili
AUTORE: Rita Parisi (BIO)
EDITORE: Butterfly Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE il primo ricordo che Chiara conserva di suo padre è un canotto verde e azzurro, una giornata al mare, la paura e l’emozione dell’imparare a nuotare; sullo sfondo, come in una fotografia, il volto austero di sua madre. Molti anni dopo, Chiara è su un treno per Trieste, adesso che la scoperta della sua sterilità, la depressione e i tradimenti hanno distrutto il matrimonio con Marco e che tutta la sua vita si è accartocciata come un foglio vecchio. E lì, sul treno, Chiara lascia scorrere i ricordi come un film dietro il finestrino per poi ritrovare, tra di essi, l’atroce verità che le ha cambiato la vita. Sabbie mobili è la fotografia di un’assenza, il ritratto in chiaroscuro di due madri mancate e di un amore segreto. La scrittura vellutata di Rita Parisi sa accarezzare con delicatezza temi scottanti come la sterilità e la depressione ed è, al tempo stesso, il fil rouge che lega i destini dei protagonisti nel loro fatale rincontrarsi e perdersi nel tempo.

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INCIPIT

Il canotto è verde e azzurro, sembra una grossa ciambella che mio padre tiene con una sola mano.
La guardo volare la ciambella quando con uno scatto rapido lui la fa scivolare in mare.
Non sto nella pelle, eppure ho paura. Un paura fottuta.
Mio padre mi sorride emozionato.
“E’ tutto tuo, Chiara. Puoi salirci.”
Quasi me la faccio addosso. Fisso quel canotto che galleggia sulla superficie dell’acqua e resto imbambolata per un po’. Poi mi guardo intorno. Fusti sbilenchi piantati nella sabbia, gli ombrelloni, imponenti, dai colori vivaci e brillanti. Sdraio e lettini disposti in fila, ad accogliere corpi mollicci e sudati. Odore d’estate. Di cocomero e riviste sfogliate pigramente da mani annoiate. La spiaggia è un groviglio di gente. Piccole sagome trafitte dal sole. Un sole aggressivo, che nella sua fierezza mi fa sentire piccola e inutile. Una giornata d’agosto che brucia la pelle.
Faccio qualche passo verso il canotto. Verso le speranze di mio padre. Lui sembra intuire il mio disagio.
“Ti aiuto io a salire.”
Mio padre mi solleva di peso. Mi fa volteggiare, come una bambola.
“Com’è bella la mia bambina!” Esclama, ridendo.
In un attimo sono nel canotto e dondolo ad ogni onda, calma e serena. Allungo lo sguardo, cercando di riconoscere mia madre tra le forme indistinte che affollano il lido. L’ho lasciata sdraiata sul suo telo turchese, ad abbronzarsi. Profumava di crema solare, con i capelli raccolti in una coda alta e stretta. Mio padre le ha chiesto di venire con noi, lei ha sbuffato. Eppure sono sicura che sarebbe orgogliosa di me se mi vedesse adesso, impavida su questa ciambella, a sfidare la corrente. Voglio che sia orgogliosa di me, mia madre. Mi sporgo un po’, stringendo le palpebre. Eccola, è lei, è in piedi e fuma con voracità, guarda nella mia direzione. Mi sporgo ancora un po’, faccio per alzare la mano e salutarla, quando un’onda più alta delle altre mi sorprende. Il tempo di chiudere gli occhi. Un attimo e sono già in acqua, scivolando sempre più giù. Non so nuotare. Annaspo. Mi agito. Sto per morire, penso, bevendo a più non posso. Non voglio morire, penso poi e, con tutta la forza che ho, riesco a tornare su.
Le braccia di mio padre mi accolgono sicure.
“Stai bene, piccola mia?”
Mia madre è dietro di lui, con il viso impassibile e la sua sigaretta tra i denti. Resta in silenzio, in disparte, quasi non fossi sua figlia. Quasi fosse una spettatrice qualunque di quel pericolo scampato, una tra tante, in quella calca di curiosi con le braccia al cielo a ringraziare Dio, gridando al miracolo.
Respiro a fatica, sputando il sale che ho bevuto. Ansimante, a trattenere il pianto. Con la faccia schiacciata sul petto di mio padre. Avvinghiata a lui, in una stretta che mi pacifica.
La sua voce è ferma e trasparente. Sembra entusiasta.
“Va tutto bene, hai imparato a nuotare!”
Il primo ricordo di mio padre.
La prima volta che ho odiato mia madre.

“Viaggi”, Valentino Appoloni (2)

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TITOLO: Viaggi
AUTORE: Valentino Appoloni
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTORE DICE CHE Viaggi è una raccolta (disponibile anche in e-book) di racconti di fantasia, non privi di riferimenti alla storia e alla letteratura (Kafka, Gautier, Borges sono tra i miei autori preferiti). I protagonisti si trovano in situazioni difficili da decifrare o comunque estreme, di grande pericolo; reagiranno con l’indifferenza, col cinismo o con la chiusura in se stessi. Oppure semplicemente non potranno reagire, perché può succedere che altri abbiano deciso al loro posto.

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IL TESTAMENTO

Diversi segni annunciavano che il maltempo sarebbe stato particolarmente micidiale quella volta. Il fiume si andava ingrossando e da due giorni pioveva incessantemente, anche se la situazione non sembrava ancora grave. Invece, per niente buona doveva essere la salute di Thomas Olski, dato che i suoi principali parenti erano stati frettolosamente chiamati e fatti venire nella solida casa vicino al fiume, dove l’ultracentenario viveva da molto tempo. Gli otto nipoti erano stati convocati, sottolineando che sarebbe stata l’occasione per vedere per l’ultima volta lo zio e per venire informati delle sue decisioni finali. Si trattava di dividere un patrimonio cospicuo, almeno due case e un enorme quantità di altre proprietà. Inoltre, poiché il grande zio aveva condotto attività diplomatiche al servizio del re di Svezia e dello zar, si parlava di preziosi regali personali accumulati in due grandi bauli. Mentre i nipoti, chi a cavallo, chi in carrozza compivano il viaggio, nelle loro menti e nelle loro chiacchiere le ricchezze si centuplicavano: ecco che un nipote raccontava alla moglie della spada donata dallo zar che aveva il fodero luccicante di pietre preziose, mentre nello stesso momento un altro nipote sperava di ricevere le miniere di Lublino oppure qualche tenuta sul mar Baltico. Nonostante il maltempo, il viaggio sembrava comportare disagi piccoli se paragonati al patrimonio da dividere.
Curiosamente, i nipoti, di cui tre accompagnati dalle mogli come richiesto dallo zio, arrivarono a destinazione a distanza di pochissimi minuti tra loro, pur provenendo da posti diversi. Alcuni si attardarono intorno alla casa dove il vecchio aveva scelto di vivere dopo aver lasciato il lavoro, abbandonando definitivamente la città. Sembrava un posto per selvaggi o per coloni, con il fiume vicino e la foresta intorno. Forse tra dieci anni qui sorgerà una piccola città, pensò uno dei nipoti. Il vento gelido non permetteva di restare a lungo all’aperto, comunque il buonumore era diffuso e alcuni entrarono in casa col sorriso sulle labbra, dimenticando la situazione luttuosa in cui si trovavano. I sorrisi si spensero quando gli otto nipoti si trovarono tutti al piano terra, contandosi reciprocamente.
Il vecchio servitore, Plummer, li accolse cerimoniosamente offrendo loro del tè. Erano tutti abbastanza stanchi ma anche vogliosi di ripartire prima possibile. Si guardarono attorno. Sul caminetto crepitava dolcemente un grosso ceppo. C’erano fucili da caccia e sciabole alle pareti. Qualcuno cercò la famosa spada donata dallo zar. Qualche nipote, vedendo che il servitore era molto anziano, chiese ad alta voce se nella casa ci fosse qualcosa con meno di novant’anni. Una signora sbottò: “Piove sempre di più. Allora, dov’è lo zio?”. Il domestico aggiunse legna sul fuoco in modo compassato, poi invitò il gruppetto a seguirlo al piano di sopra, facendo capire che non c’era fretta. In una grande sala si trovava il letto. I nipoti notarono subito che lo zio si era fatto portare i mobili da qualche residenza di città. La bella scrivania e due grandi cassapanche potevano reggere il confronto con il mobilio dell’erede al trono. Alle pareti c’erano lettere incorniciate in cui re e ministri dell’Europa settentrionale lo salutavano con grande rispetto. Le signore si fermarono davanti ad alcune porcellane dai colori vivaci che contrastavano con il legno scuro del pavimento. Indubbiamente, pensarono, non era quello il posto per simili tesori. In fondo alla stanza, nel grande letto c’era il grande zio, dalla carnagione del volto così pallida che quasi lo si poteva confondere con il guanciale bianco. Anche le coperte erano chiare e data l’immobilità dell’uomo, ricordava un monumento sepolcrale di marmo, come se ne commissionavano nell’Italia rinascimentale.
Il domestico si avvicinò al letto fingendo di sistemare le coperte. Poi, dopo aver chiesto a tutti di tacere, iniziò a parlare: “Vostro zio, il nobilissimo Thomas Olski, è venuto meno circa un’ora fa. Avrebbe avuto piacere di rivedervi tutti, dato il grande affetto che nutriva per voi”. Intanto, si notò che accanto al letto c’era un giovane con una piccola valigia. Non era molto più alto del comodino. S’intuì che fosse il medico, accorso per attestare il decesso. Era più emaciato del morto e incredibilmente goffo. Ritenendosi del tutto superfluo, si avvicinò a una delle finestre, poi consultò l’orologio, accennò a un saluto e quindi uscì camminando quasi di profilo, rigido come una marionetta. Nessuno si scostò per farlo passare. Sembrava troppo giovane per essere un medico, forse era solo uno studente. Uno dei nipoti guardò fuori dalla finestra e quindi esclamò: “Il tempo peggiora, cerchiamo di fare presto, Accorciamo l’allocuzione funebre, per favore”. Il servitore, forse per l’età avanzata o per una sua affettazione di modi, parlava molto lentamente e si muoveva ancora più adagio, esasperando i presenti.
“Egregi signori”, riprese con fatica, “il vostro grande zio mi ha incaricato di procedere alla lettura del testamento che riguarda tutti voi. Come sentirete, è necessario che nessuno esca prima della fine della lettura, altrimenti la sua eventuale quota verrà spartita tra i presenti. Questa è la volontà del signor Thomas”. Ci furono mormorii nella stanza, coperti dal vento che tormentava gli alberi vicini e dai nitriti dei cavalli lasciati nella piccola stalla. Iniziò la lettura e dopo dieci minuti i nipoti si convinsero di ascoltare un’autobiografia. Lo zio aveva iniziato al servizio della Casa Regnante di Danimarca per poi passare alla corte degli zar come precettore dell’erede al trono, quindi gli erano stati affidati delicati incarichi diplomatici per i quali rispondeva direttamente al sovrano, poi era stato chiamato all’Accademia reale di Svezia dove aveva insegnato per dieci anni. Quindi era tornato a Pietroburgo, poi di nuovo a Stoccolma, infine, richiamato dagli zar, era stato nella commissione incaricata di negoziare la vendita dell’Alaska agli Stati Uniti d’America.
Il tono monocorde del lettore non facilitava l’ascolto: uno dei nipoti si lamentò apertamente, anche perché l’uomo, temendo forse di mangiarsi le parole o forse per una piccola balbuzie, leggeva sillabando ogni parola. Intanto il fiume cresceva e le acque spingevano contro la riva, sollevando a tratti contro l’argine dei getti quasi verticali. Una signora si era appostata alla finestra e teneva gli altri aggiornati sulla situazione. La pioggia picchiava contro i vetri in modo feroce e si faticava a sentire la voce del domestico. Uno dei nipoti scese al pianoterra per vedere se stava entrando acqua, poi risalì rapidissimo chiedendo se era stato fatto il suo nome. “Macché” fu la secca e sgarbata risposta.
Si stava ancora parlando delle ragioni che avevano spinto il grande zio a vivere appartato vicino alla foresta: il bisogno di riflettere in solitudine sulla vita in generale, la delusione per la meschinità di tanti che aveva conosciuto, la voglia di leggere i testi antichi serenamente. Ogni tanto si ribadiva che chi avesse lasciato la sala sarebbe stato depennato dal novero degli eredi. Quando il domestico si concesse una pausa per bere un bicchiere d’acqua, pausa che sembrò a tutti infinita, scoppiò il finimondo. Uno dei presenti si avvicinò intimandogli di consegnargli il testamento; avrebbe proseguito lui la lettura con maggiore lena. A sorpresa Plummer aprì un cassetto, estrasse un piccolo revolver e disse con calma: “Questo è un dono del signor Thomas per il mio ottantottesimo compleanno: vivendo in un posto isolato bisogna cautelarsi e io sono autorizzato a usarlo contro ogni visitatore molesto, uomo o animale che sia”. Poi, riprese a leggere con la solita irritante flemma. Ogni volta che ripeteva l’espressione “Carissimi nipoti” o “Amati parenti addolorati per la mia improvvisa e inattesa fine”, oppure “Dolcissime mogli dei miei adorati nipoti”, dalla sala prorompevano sbuffi ed strilli. Inoltre, il servitore sembrava poco idoneo a reggere la commozione, dato che ogni tanto si interrompeva per asciugarsi le lacrime e poi contemplava lungamente il volto inespressivo del suo padrone, come se attendesse da lui l’invito a continuare. A tratti sembrava davvero inebetito. Una signora urlò: “Quel vecchio scimunito vuole far morire anche noi, vuol farci fare la fine dei topi!”. Comunque qualcuno che finora non aveva mai parlato, le replicò: “Allora tu e tuo marito potete anche andare via! Io resto”.
Il fiume intanto si ingrossava ancora e qualcuno disse che degli animali selvatici stavano passando veloci davanti alla casa. Mancavano ancora molti fogli da leggere, quando finalmente iniziò il lungo elenco dei beni del defunto, precisando che era stato necessario un anno per inventariarli tutti. L’interesse dei parenti si ravvivò e alcuni si avvicinarono al vecchio speranzosi. Si stava ancora parlando delle proprietà in Polonia, quando si notò che l’acqua stava entrando al pianoterra. Non si poteva più attendere. Il gruppetto si avviò in buona parte verso l’uscita, urlando e imprecando. Una signora tentò di strappare i fogli dalle mani di Plummer che lesto le puntò la pistola, dicendole: “Attenzione, badi che sparare a lei o una puzzola per me è la stessa cosa”. La donna, profumatissima, indietreggiò e prima di lasciare la stanza gridò: “Stupido! Sdentato! Biascica testamenti!”. Plummer, rimasto solo, si mise vicino alla finestra. Calava la sera. Un calesse era stato rovesciato e ora girava come una foglia mossa dal vento, alcuni cavalli impazziti nitrivano senza sosta, il giardino veniva spazzato dal vento e il fiume cominciava a straripare. Molti alberi della foresta si piegavano come archi, poi a causa dell’improvviso cambio di direzione del vento, scoccavano lasciando partire interi rami come frecce. Il fiume portava detriti e materiali di ogni tipo: lunghe assi e grossi tronchi venivano lanciati contro la casa che appariva come un fortino assediato. C’era da immaginare che le segherie poste a monte del fiume fossero state distrutte e ora il corso d’acqua sempre più impetuoso colpiva verso valle. Plummer era incantato dallo spettacolo di distruzione; i fulmini rischiaravano il cielo per lunghi momenti come grandi cicatrici bianche. La natura si stava riprendendo quella porzione di terra senza che la sua furia risparmiasse nulla.
Mezz’ora dopo una voce distolse il domestico: “Ma Plummer, lei non è sdentato!”. Era il signor Thomas. Il servitore si riavvicinò al letto e rispose: “No di certo, signore. Giusta notazione. Spero si senta bene”.
“Direi di sì. I nipoti invece come stanno? Riusciranno a salvarsi?”, chiese vivamente l’ultracentenario.
“Improbabile. Sarebbero dovuti partire almeno un’ora fa per avere qualche possibilità. Non escludo, con un po’ di buona sorte, che si possa vedere qualche corpo passare nel nostro giardino tra qualche minuto. Ma non le prometto nulla, signore”, rispose Plummer.
“In tal caso mi avvisi, ciò che fluttua mi ha sempre appassionato. Mi dica, ho ricevuto segni di affetto?”, insistette il padrone. “Irrilevanti, come previsto d’altronde”, fu la risposta.
“Certo. Possiamo allora essere sereni e non avere rimorso alcuno. Abbiamo riunito le mele marce nello stesso paniere e ora il paniere è a mollo. E la nostra situazione com’è, caro Plummer?”, chiese il signor Thomas allungando con fatica il collo.
“Se continua a piovere anche nelle prossime ore, non avremo scampo. L’acqua sta entrando nel primo piano”, spiegò il domestico e aggiunse: “Mi permetta di complimentarmi per la sua interpretazione. Non ho notato nemmeno un suo movimento. Era davvero immobile”.
“A dire il vero mi ero assopito. Comunque mi spiace che lei debba condividere la mia sorte”, disse con tristezza Olski.
“Lei ha centouno anni, io quasi novanta. Non abbiamo motivo di preoccuparci dell’avvenire. Inoltre, avevamo già definito la questione e io confermo senza rimpianti quello che è già stato deciso. Andremo avanti fino alla fine insieme”, farfugliò con voce tremolante per l’emozione il servitore. Ormai la casa era diventata una sorta di isola circondata da acque agitate, mentre accumuli di ramaglie picchiavano contro le finestre al pianoterra che erano rotte. In un punto si era creato un piccolo mulinello, finché un’ondata del fiume più potente delle altre lo distrusse. Una sella rovesciata, a tratti sommersa da una pesante asse, sfiorò il lato più lungo della casa prima di sparire completamente. All’interno, le fiammelle delle candele accese ondeggiavano nervosamente, mentre fuori il vento e il fiume gareggiavano nel far sentire la propria voce, surclassati solo dal fragore rabbioso del tuono.
“Se hai un nemico, siediti vicino al fiume e aspetta che passi il suo corpo”, disse piano l’ex – diplomatico. Il domestico accese tutte le candele disponibili e tornò ad osservare dalla finestra. Le luci riverberavano sulle armi appese nella stanza: spade, scudi, canne di fucile sembravano riprendere consistenza come porzione di un mondo passato ma ricco di orgoglio e quindi intramontabile. Olski si tastò la barba bianchissima da vecchio patriarca e per un attimo si sentì un nuovo Noè in mezzo al diluvio. Ma nella sua arca c’era solo il suo attempato servitore. Non gli dispiaceva essersi addormentato e aver perso la visione delle facce dei parenti, anche se l’idea era di restare sveglio e ascoltare i loro commenti.
Poi si rivolse al domestico, alzando il più possibile la voce: “Signor Plummer, senza di lei sarei morto per davvero. So che la situazione è difficile, ma sarebbe ancora possibile avere del tè?”.
La furia degli elementi si attenuò un poco, come per permettere che la risposta potesse venire udita. “Tutto sommato, credo sia ancora possibile, signore”, disse con tono distaccato Plummer.

“Viaggi”, Valentino Appoloni (1)

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TITOLO: Viaggi
AUTORE: Valentino Appoloni
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTORE DICE CHE Viaggi è una raccolta (disponibile anche in e-book) di racconti di fantasia, non privi di riferimenti alla storia e alla letteratura (Kafka, Gautier, Borges sono tra i miei autori preferiti). I protagonisti si trovano in situazioni difficili da decifrare o comunque estreme, di grande pericolo; reagiranno con l’indifferenza, col cinismo o con la chiusura in se stessi. Oppure semplicemente non potranno reagire, perché può succedere che altri abbiano deciso al loro posto.

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18 GIUGNO 1815

Jacques stava dormendo e quindi non vide i due uomini che si precipitavano nella sua stanza per trascinarlo fuori. Potevano essere le dieci di sera. Venne spintonato e poi portato giù per le scale fino al cortile, come se fosse naturale procedere in modo così brutale. Una carrozza aspettava con lo sportello già aperto. Il postiglione era impaziente e teneva la frusta ferma a mezz’aria pronta a vibrarla sui cavalli. Sembrava che tutto il paesaggio notturno fosse sospeso e immobile, in attesa di quel colpo di frusta. Il giovane si ritrovò seduto all’interno, ancora intontito e incredulo. Tutta l’azione si era svolta in modo fulmineo, senza alcuna perdita di tempo e senza che nessuno pronunciasse una parola. Lo schiocco della frusta fu seguito da una partenza repentina che fece sobbalzare Jacques. La carrozza raggiunse subito una velocità elevata e sembrava necessario tenersi saldi per non patirne le conseguenze. “Dove andiamo?” gridò il prigioniero, ma ben presto l’aria che entrava dagli sportelli gli gonfiò la faccia rendendo anche la sua voce molto debole. Gli zoccoli battevano fortissimi sul selciato come se un intero squadrone di cavalleria stesse galoppando. La sagoma del mezzo, illuminata dalla lanterna posta a cassetta, si disegnava sui muri e le case intorno seguendone vorticosamente il profilo. Gli sportelli non avevano vetri e questo aumentava la sensazione di velocità. Dove, in quale posto era necessario arrivare? Perché scapicollarsi in quel modo in piena notte? Il cocchiere doveva essere un pazzo o un ubriaco. Gli sportelli si aprirono e iniziarono a sbattere con violenza. La carrozza correva incurante della strettezza delle strade di Rouen e in qualche punto strisciò contro il muro. Per fortuna non c’era nessuno in giro, dato che niente l’avrebbe fatta fermare o rallentare. Davanti a Jacques stavano immobili i due uomini che l’avevano trascinato fuori dalla sua casa. Apparivano come due masse nere, ferme e tranquille nonostante la scomodità del viaggio. Solo il giovane si teneva con le braccia e le gambe tese verso i lati, in modo da stare saldo, poiché aveva l’impressione di poter venir sbalzato all’esterno in qualsiasi momento. “Perché corriamo così?” provò a chiedere. La risposta arrivò dopo parecchi minuti: “E’ una questione di vita o di morte”. Poi gli sportelli ricominciarono a sbattere mentre l’aria fredda entrava a fiumi. Il prigioniero si sentì un po’ ridicolo in quella posizione, come se fosse crocifisso su due pali a forma di X, ma si era quasi convinto che se avesse lasciato cadere le braccia, la carrozza si sarebbe sbriciolata. Poco dopo, infatti, uno degli sportelli si piegò, perse uno dei cardini, fece un mezzo giro su se stesso e quindi si staccò andando probabilmente a conficcarsi da qualche parte. Sembrava che la carrozza volasse leggermente.
Ora si era fuori dalla città e quindi l’oscurità cresceva. In pochissimi minuti si era già molto distanti dall’abitato. Non pareva davvero il caso di gettarsi giù per non rischiare di rompersi l’osso del collo: allora il prigioniero riprese a interrogare i due uomini che impassibili restavano seminascosti nell’ombra. Sembrava che avessero maschere, a giudicare dai loro volti spigolosi. L’unica frase che uno di loro pronunciò, mentre il cocchiere urlava incitamenti e sferzava brutalmente le bestie, fu: “Lasciate che i morti seppelliscano i vivi”.
Jacques avrebbe voluto reagire, ma si sentiva bloccato sul fondo della carrozza e comunque pensava che prima o poi, per via di qualche guasto, sarebbe stato necessario fermarsi. A un certo punto si abbandonò la strada principale per immergersi in un campo di girasoli, senza che minimamente si avesse la sensazione di un rallentamento anche solo momentaneo. I grandi girasoli, orfani del sole, sembravano piegati come uomini giustiziati col capestro. La carrozza avanzava e i fiori venivano scalzati e proiettati per aria a mucchi, come sollevati da un macchinario impazzito. La fitta vegetazione intorno era molto alta e quindi dall’interno della vettura non si vedeva quasi nulla. Sembrava che insieme alla luce mancasse anche l’aria. Più avanti si attraversò un grosso roveto: i cavalli nitrirono forte per il dolore ma ancora più vibranti furono le urla del conducente. Alcuni rami flessibili si attorcigliarono intorno all’unico sportello rimasto come fossero tentacoli e alla fine anche quello si staccò. Poi si ritornò su una strada e Jacques ebbe l’impressione di poter riprendere a respirare. Ora la rapidità era anche maggiore. C’erano dei bagagli sul tetto della carrozza. Cominciarono a rimbalzare rumorosamente e a muoversi: si aveva l’impressione che ci fossero uomini che battevano i piedi. Evidentemente quei carichi erano stati legati male e finirono per precipitare giù.
“Il signore ha perso il baule!” commentarono i suoi accompagnatori, come se avessero avuto il tempo di prelevare dalla sua casa anche le cose personali che potevano servirgli. Lungo la strada c’erano alberi altissimi e sottili che scorrevano veloci, simili a soldati in fuga di un esercito braccato dal nemico. Ora invece si attraversò un fiume e l’acqua per quasi un minuto invase l’interno. Il cocchiere non smise di gridare finché non si giunse alla riva opposta. Il giovane avrebbe voluto sporgersi e guardare indietro per capire quale mostro infernale obbligasse a quella corsa forsennata. Aveva il cuore in gola e se avesse potuto, si sarebbe lanciato contro la coppia di uomini per scaricare tutta la tensione accumulata. Era impossibile che i cavalli potessero reggere ancora. La stessa carrozza perdeva pezzi. Ora si udivano alcune esplosioni lontane. Sembrava di vedere dei bivacchi nella pianura piatta, mentre piccoli animali selvatici si scansavano al passaggio della vettura che a ogni curva sbandava. Le ruote resistevano incredibilmente ancora. Il giovane notò alcuni uomini armati a lato della strada: poteva essere un posto di controllo, ma la carrozza era stata lasciata passare, come se la sua urgenza fosse giustificata e accettata. Ora si sentiva anche un crepitio di fucileria. Ci fu un’esplosione molto vicina e la luce per qualche istante illuminò i volti dei compagni di viaggio di Jacques. Avevano delle divise militari e sembravano molto malconci. Stavolta non ci fu bisogno di fare domande. Estrassero insieme dei fogli molto grandi e li tennero davanti a sé. Aspettarono pazientemente altre esplosioni in modo che il giovane potesse leggere. In realtà, solo alla luce dei fuochi di un grosso bivacco si poté vedere qualcosa. Jacques lesse ad alta voce su uno dei fogli: “Albert Riot, nato a Rouen il 4 – 4 – 1790 e morto a Quatres Bras il 16 – 6 – 1815″. Dopo aver letto, urlò: “Ma oggi è il 18 giugno 1815! Che cosa significa tutto questo?”. Non ricevette risposte, anche perché la carrozza descrisse bruscamente un semicerchio e nella curva il giovane fu sbalzato all’esterno. Rotolò a terra per qualche metro. Intorno si sparava e c’erano molti uomini che correvano. Si rialzò e vide il cocchiere che staccava uno dei cavalli feriti. Quando risalì a cassetta, gridò: “Il signore è giunto alla sua destinazione. L’incantevole villaggio di Waterloo. Grazie per averci scelto. Ora andiamo, dobbiamo fare altre consegne prima della mezzanotte!”. La carrozza ripartì col solito ritmo, sobbalzando e perdendo qualche altro bagaglio dal tetto. Quindi quel posto si chiamava Waterloo e Jacques aveva un impegno da adempiere in quel luogo, come i due soldati lo avevano avuto a Quatres Bras. Si alzò e tentò un’impossibile rincorsa verso la carrozza, ormai inghiottita dalla polvere e dall’oscurità. Un uomo lo fermò e lo spinse verso la direzione opposta. Da una radura giungevano dei cavalieri, mentre gruppi di soldati sparavano con regolarità. Molti cadaveri giacevano a terra. Un ufficiale a cavallo diede indicazioni a Jacques che solo in quel momento si accorse di essere in divisa. Cercò nella giubba per vedere se aveva un foglio analogo a quello dei suoi compagni di viaggio. Non gliene lasciarono il tempo e si ritrovò in un quadrato di uomini . La cavalleria nemica attaccava a singhiozzo e veniva abbastanza facilmente fermata. Oltre il bosco si sentivano tuonare dei cannoni quasi ininterrottamente. Il giovane sparò i suoi primi colpi di moschetto e si fece prendere da una certa ebbrezza. Un cavaliere disarcionato spirò poco lontano, mentre un’altra carica veniva respinta. La polvere delle fucilate non si disperdeva, ma Jacques sembrava sentirsi a suo agio e chiese al soldato più vicino: “Questa è veramente una battaglia?”.
Alcuni tiratori nemici si dovevano essere appostati bene, perché sul quadrato cominciavano a piovere dei colpi precisi. Anche alcuni cavalieri sparavano con dei corti fucili, prima di lanciarsi al galoppo. Non restava che indietreggiare e serrare i ranghi. Passò molto tempo e lo scontro divenne sempre più cruento. All’improvviso si udì un rumore alle spalle dei soldati: era la carrozza che giungeva. Ora era del tutto scoperchiata ed era tirata da due soli cavalli. Ne scesero bruscamente tre uomini e il cocchiere esultò: “Eccovi i rinforzi! Per oggi abbiamo finito le consegne!”. Il giovane si fece avanti e venne riconosciuto dal postiglione che sembrò perplesso. Consultò l’orologio e disse: “Ci siete ancora voi? Sono le undici e cinquantuno del 18 giugno. In effetti, mancano nove minuti. La consegna è stata eseguita correttamente. Temevo ci fosse un errore che è sempre possibile. D’altronde, guardate con che razza di mezzi ci fanno lavorare!”. La scalcinata carrozza ripartì rapidamente. Jacques riprese il suo posto nel quadrato che ormai era ridotto a un pugno di uomini. L’ufficiale a cavallo continuava a incitare i suoi soldati, mentre i nuovi arrivati si aggregavano. Due cavalieri puntarono decisi sul gruppetto. Ormai si sparava sempre meno. Prevalevano i corpo a corpo. Quando i due nemici furono davanti agli uomini, l’ufficiale li attaccò con la sciabola e i resti del quadrato sollevarono i fucili con le baionette, tenendo il calcio dell’arma puntato a terra. Prima che vi fosse un contatto tra loro, un proiettile di mortaio esplose vicinissimo, lasciando tutti a terra.
In quel momento erano le 11,59 del 18 giugno 1815.