“Viaggi”, Valentino Appoloni (1)

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TITOLO: Viaggi
AUTORE: Valentino Appoloni
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTORE DICE CHE Viaggi è una raccolta (disponibile anche in e-book) di racconti di fantasia, non privi di riferimenti alla storia e alla letteratura (Kafka, Gautier, Borges sono tra i miei autori preferiti). I protagonisti si trovano in situazioni difficili da decifrare o comunque estreme, di grande pericolo; reagiranno con l’indifferenza, col cinismo o con la chiusura in se stessi. Oppure semplicemente non potranno reagire, perché può succedere che altri abbiano deciso al loro posto.

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18 GIUGNO 1815

Jacques stava dormendo e quindi non vide i due uomini che si precipitavano nella sua stanza per trascinarlo fuori. Potevano essere le dieci di sera. Venne spintonato e poi portato giù per le scale fino al cortile, come se fosse naturale procedere in modo così brutale. Una carrozza aspettava con lo sportello già aperto. Il postiglione era impaziente e teneva la frusta ferma a mezz’aria pronta a vibrarla sui cavalli. Sembrava che tutto il paesaggio notturno fosse sospeso e immobile, in attesa di quel colpo di frusta. Il giovane si ritrovò seduto all’interno, ancora intontito e incredulo. Tutta l’azione si era svolta in modo fulmineo, senza alcuna perdita di tempo e senza che nessuno pronunciasse una parola. Lo schiocco della frusta fu seguito da una partenza repentina che fece sobbalzare Jacques. La carrozza raggiunse subito una velocità elevata e sembrava necessario tenersi saldi per non patirne le conseguenze. “Dove andiamo?” gridò il prigioniero, ma ben presto l’aria che entrava dagli sportelli gli gonfiò la faccia rendendo anche la sua voce molto debole. Gli zoccoli battevano fortissimi sul selciato come se un intero squadrone di cavalleria stesse galoppando. La sagoma del mezzo, illuminata dalla lanterna posta a cassetta, si disegnava sui muri e le case intorno seguendone vorticosamente il profilo. Gli sportelli non avevano vetri e questo aumentava la sensazione di velocità. Dove, in quale posto era necessario arrivare? Perché scapicollarsi in quel modo in piena notte? Il cocchiere doveva essere un pazzo o un ubriaco. Gli sportelli si aprirono e iniziarono a sbattere con violenza. La carrozza correva incurante della strettezza delle strade di Rouen e in qualche punto strisciò contro il muro. Per fortuna non c’era nessuno in giro, dato che niente l’avrebbe fatta fermare o rallentare. Davanti a Jacques stavano immobili i due uomini che l’avevano trascinato fuori dalla sua casa. Apparivano come due masse nere, ferme e tranquille nonostante la scomodità del viaggio. Solo il giovane si teneva con le braccia e le gambe tese verso i lati, in modo da stare saldo, poiché aveva l’impressione di poter venir sbalzato all’esterno in qualsiasi momento. “Perché corriamo così?” provò a chiedere. La risposta arrivò dopo parecchi minuti: “E’ una questione di vita o di morte”. Poi gli sportelli ricominciarono a sbattere mentre l’aria fredda entrava a fiumi. Il prigioniero si sentì un po’ ridicolo in quella posizione, come se fosse crocifisso su due pali a forma di X, ma si era quasi convinto che se avesse lasciato cadere le braccia, la carrozza si sarebbe sbriciolata. Poco dopo, infatti, uno degli sportelli si piegò, perse uno dei cardini, fece un mezzo giro su se stesso e quindi si staccò andando probabilmente a conficcarsi da qualche parte. Sembrava che la carrozza volasse leggermente.
Ora si era fuori dalla città e quindi l’oscurità cresceva. In pochissimi minuti si era già molto distanti dall’abitato. Non pareva davvero il caso di gettarsi giù per non rischiare di rompersi l’osso del collo: allora il prigioniero riprese a interrogare i due uomini che impassibili restavano seminascosti nell’ombra. Sembrava che avessero maschere, a giudicare dai loro volti spigolosi. L’unica frase che uno di loro pronunciò, mentre il cocchiere urlava incitamenti e sferzava brutalmente le bestie, fu: “Lasciate che i morti seppelliscano i vivi”.
Jacques avrebbe voluto reagire, ma si sentiva bloccato sul fondo della carrozza e comunque pensava che prima o poi, per via di qualche guasto, sarebbe stato necessario fermarsi. A un certo punto si abbandonò la strada principale per immergersi in un campo di girasoli, senza che minimamente si avesse la sensazione di un rallentamento anche solo momentaneo. I grandi girasoli, orfani del sole, sembravano piegati come uomini giustiziati col capestro. La carrozza avanzava e i fiori venivano scalzati e proiettati per aria a mucchi, come sollevati da un macchinario impazzito. La fitta vegetazione intorno era molto alta e quindi dall’interno della vettura non si vedeva quasi nulla. Sembrava che insieme alla luce mancasse anche l’aria. Più avanti si attraversò un grosso roveto: i cavalli nitrirono forte per il dolore ma ancora più vibranti furono le urla del conducente. Alcuni rami flessibili si attorcigliarono intorno all’unico sportello rimasto come fossero tentacoli e alla fine anche quello si staccò. Poi si ritornò su una strada e Jacques ebbe l’impressione di poter riprendere a respirare. Ora la rapidità era anche maggiore. C’erano dei bagagli sul tetto della carrozza. Cominciarono a rimbalzare rumorosamente e a muoversi: si aveva l’impressione che ci fossero uomini che battevano i piedi. Evidentemente quei carichi erano stati legati male e finirono per precipitare giù.
“Il signore ha perso il baule!” commentarono i suoi accompagnatori, come se avessero avuto il tempo di prelevare dalla sua casa anche le cose personali che potevano servirgli. Lungo la strada c’erano alberi altissimi e sottili che scorrevano veloci, simili a soldati in fuga di un esercito braccato dal nemico. Ora invece si attraversò un fiume e l’acqua per quasi un minuto invase l’interno. Il cocchiere non smise di gridare finché non si giunse alla riva opposta. Il giovane avrebbe voluto sporgersi e guardare indietro per capire quale mostro infernale obbligasse a quella corsa forsennata. Aveva il cuore in gola e se avesse potuto, si sarebbe lanciato contro la coppia di uomini per scaricare tutta la tensione accumulata. Era impossibile che i cavalli potessero reggere ancora. La stessa carrozza perdeva pezzi. Ora si udivano alcune esplosioni lontane. Sembrava di vedere dei bivacchi nella pianura piatta, mentre piccoli animali selvatici si scansavano al passaggio della vettura che a ogni curva sbandava. Le ruote resistevano incredibilmente ancora. Il giovane notò alcuni uomini armati a lato della strada: poteva essere un posto di controllo, ma la carrozza era stata lasciata passare, come se la sua urgenza fosse giustificata e accettata. Ora si sentiva anche un crepitio di fucileria. Ci fu un’esplosione molto vicina e la luce per qualche istante illuminò i volti dei compagni di viaggio di Jacques. Avevano delle divise militari e sembravano molto malconci. Stavolta non ci fu bisogno di fare domande. Estrassero insieme dei fogli molto grandi e li tennero davanti a sé. Aspettarono pazientemente altre esplosioni in modo che il giovane potesse leggere. In realtà, solo alla luce dei fuochi di un grosso bivacco si poté vedere qualcosa. Jacques lesse ad alta voce su uno dei fogli: “Albert Riot, nato a Rouen il 4 – 4 – 1790 e morto a Quatres Bras il 16 – 6 – 1815″. Dopo aver letto, urlò: “Ma oggi è il 18 giugno 1815! Che cosa significa tutto questo?”. Non ricevette risposte, anche perché la carrozza descrisse bruscamente un semicerchio e nella curva il giovane fu sbalzato all’esterno. Rotolò a terra per qualche metro. Intorno si sparava e c’erano molti uomini che correvano. Si rialzò e vide il cocchiere che staccava uno dei cavalli feriti. Quando risalì a cassetta, gridò: “Il signore è giunto alla sua destinazione. L’incantevole villaggio di Waterloo. Grazie per averci scelto. Ora andiamo, dobbiamo fare altre consegne prima della mezzanotte!”. La carrozza ripartì col solito ritmo, sobbalzando e perdendo qualche altro bagaglio dal tetto. Quindi quel posto si chiamava Waterloo e Jacques aveva un impegno da adempiere in quel luogo, come i due soldati lo avevano avuto a Quatres Bras. Si alzò e tentò un’impossibile rincorsa verso la carrozza, ormai inghiottita dalla polvere e dall’oscurità. Un uomo lo fermò e lo spinse verso la direzione opposta. Da una radura giungevano dei cavalieri, mentre gruppi di soldati sparavano con regolarità. Molti cadaveri giacevano a terra. Un ufficiale a cavallo diede indicazioni a Jacques che solo in quel momento si accorse di essere in divisa. Cercò nella giubba per vedere se aveva un foglio analogo a quello dei suoi compagni di viaggio. Non gliene lasciarono il tempo e si ritrovò in un quadrato di uomini . La cavalleria nemica attaccava a singhiozzo e veniva abbastanza facilmente fermata. Oltre il bosco si sentivano tuonare dei cannoni quasi ininterrottamente. Il giovane sparò i suoi primi colpi di moschetto e si fece prendere da una certa ebbrezza. Un cavaliere disarcionato spirò poco lontano, mentre un’altra carica veniva respinta. La polvere delle fucilate non si disperdeva, ma Jacques sembrava sentirsi a suo agio e chiese al soldato più vicino: “Questa è veramente una battaglia?”.
Alcuni tiratori nemici si dovevano essere appostati bene, perché sul quadrato cominciavano a piovere dei colpi precisi. Anche alcuni cavalieri sparavano con dei corti fucili, prima di lanciarsi al galoppo. Non restava che indietreggiare e serrare i ranghi. Passò molto tempo e lo scontro divenne sempre più cruento. All’improvviso si udì un rumore alle spalle dei soldati: era la carrozza che giungeva. Ora era del tutto scoperchiata ed era tirata da due soli cavalli. Ne scesero bruscamente tre uomini e il cocchiere esultò: “Eccovi i rinforzi! Per oggi abbiamo finito le consegne!”. Il giovane si fece avanti e venne riconosciuto dal postiglione che sembrò perplesso. Consultò l’orologio e disse: “Ci siete ancora voi? Sono le undici e cinquantuno del 18 giugno. In effetti, mancano nove minuti. La consegna è stata eseguita correttamente. Temevo ci fosse un errore che è sempre possibile. D’altronde, guardate con che razza di mezzi ci fanno lavorare!”. La scalcinata carrozza ripartì rapidamente. Jacques riprese il suo posto nel quadrato che ormai era ridotto a un pugno di uomini. L’ufficiale a cavallo continuava a incitare i suoi soldati, mentre i nuovi arrivati si aggregavano. Due cavalieri puntarono decisi sul gruppetto. Ormai si sparava sempre meno. Prevalevano i corpo a corpo. Quando i due nemici furono davanti agli uomini, l’ufficiale li attaccò con la sciabola e i resti del quadrato sollevarono i fucili con le baionette, tenendo il calcio dell’arma puntato a terra. Prima che vi fosse un contatto tra loro, un proiettile di mortaio esplose vicinissimo, lasciando tutti a terra.
In quel momento erano le 11,59 del 18 giugno 1815.

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One thought on ““Viaggi”, Valentino Appoloni (1)

  1. Un racconto onirico, popolato da incubi in cui tutto è oscuro e inquietante, in bilico tra surrealismo e horror, che porta con sé una sorta di angoscia metafisica e di paura ripugnante.
    I tempi di svolgimento dei fatti, risultando esasperatamente contratti, ispirano ancora più angoscia, mentre ogni suono, ogni movimento, ogni ragionamento, apparendo dilatato, contrasta con i primi e spiazza continuamente il lettore, che si ritrova a fine lettura letteralmente senza fiato.
    Che dire? Bravo Valentino!

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