“Viaggi”, Valentino Appoloni (2)

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TITOLO: Viaggi
AUTORE: Valentino Appoloni
EDITORE: ilmiolibro.it

L’AUTORE DICE CHE Viaggi è una raccolta (disponibile anche in e-book) di racconti di fantasia, non privi di riferimenti alla storia e alla letteratura (Kafka, Gautier, Borges sono tra i miei autori preferiti). I protagonisti si trovano in situazioni difficili da decifrare o comunque estreme, di grande pericolo; reagiranno con l’indifferenza, col cinismo o con la chiusura in se stessi. Oppure semplicemente non potranno reagire, perché può succedere che altri abbiano deciso al loro posto.

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IL TESTAMENTO

Diversi segni annunciavano che il maltempo sarebbe stato particolarmente micidiale quella volta. Il fiume si andava ingrossando e da due giorni pioveva incessantemente, anche se la situazione non sembrava ancora grave. Invece, per niente buona doveva essere la salute di Thomas Olski, dato che i suoi principali parenti erano stati frettolosamente chiamati e fatti venire nella solida casa vicino al fiume, dove l’ultracentenario viveva da molto tempo. Gli otto nipoti erano stati convocati, sottolineando che sarebbe stata l’occasione per vedere per l’ultima volta lo zio e per venire informati delle sue decisioni finali. Si trattava di dividere un patrimonio cospicuo, almeno due case e un enorme quantità di altre proprietà. Inoltre, poiché il grande zio aveva condotto attività diplomatiche al servizio del re di Svezia e dello zar, si parlava di preziosi regali personali accumulati in due grandi bauli. Mentre i nipoti, chi a cavallo, chi in carrozza compivano il viaggio, nelle loro menti e nelle loro chiacchiere le ricchezze si centuplicavano: ecco che un nipote raccontava alla moglie della spada donata dallo zar che aveva il fodero luccicante di pietre preziose, mentre nello stesso momento un altro nipote sperava di ricevere le miniere di Lublino oppure qualche tenuta sul mar Baltico. Nonostante il maltempo, il viaggio sembrava comportare disagi piccoli se paragonati al patrimonio da dividere.
Curiosamente, i nipoti, di cui tre accompagnati dalle mogli come richiesto dallo zio, arrivarono a destinazione a distanza di pochissimi minuti tra loro, pur provenendo da posti diversi. Alcuni si attardarono intorno alla casa dove il vecchio aveva scelto di vivere dopo aver lasciato il lavoro, abbandonando definitivamente la città. Sembrava un posto per selvaggi o per coloni, con il fiume vicino e la foresta intorno. Forse tra dieci anni qui sorgerà una piccola città, pensò uno dei nipoti. Il vento gelido non permetteva di restare a lungo all’aperto, comunque il buonumore era diffuso e alcuni entrarono in casa col sorriso sulle labbra, dimenticando la situazione luttuosa in cui si trovavano. I sorrisi si spensero quando gli otto nipoti si trovarono tutti al piano terra, contandosi reciprocamente.
Il vecchio servitore, Plummer, li accolse cerimoniosamente offrendo loro del tè. Erano tutti abbastanza stanchi ma anche vogliosi di ripartire prima possibile. Si guardarono attorno. Sul caminetto crepitava dolcemente un grosso ceppo. C’erano fucili da caccia e sciabole alle pareti. Qualcuno cercò la famosa spada donata dallo zar. Qualche nipote, vedendo che il servitore era molto anziano, chiese ad alta voce se nella casa ci fosse qualcosa con meno di novant’anni. Una signora sbottò: “Piove sempre di più. Allora, dov’è lo zio?”. Il domestico aggiunse legna sul fuoco in modo compassato, poi invitò il gruppetto a seguirlo al piano di sopra, facendo capire che non c’era fretta. In una grande sala si trovava il letto. I nipoti notarono subito che lo zio si era fatto portare i mobili da qualche residenza di città. La bella scrivania e due grandi cassapanche potevano reggere il confronto con il mobilio dell’erede al trono. Alle pareti c’erano lettere incorniciate in cui re e ministri dell’Europa settentrionale lo salutavano con grande rispetto. Le signore si fermarono davanti ad alcune porcellane dai colori vivaci che contrastavano con il legno scuro del pavimento. Indubbiamente, pensarono, non era quello il posto per simili tesori. In fondo alla stanza, nel grande letto c’era il grande zio, dalla carnagione del volto così pallida che quasi lo si poteva confondere con il guanciale bianco. Anche le coperte erano chiare e data l’immobilità dell’uomo, ricordava un monumento sepolcrale di marmo, come se ne commissionavano nell’Italia rinascimentale.
Il domestico si avvicinò al letto fingendo di sistemare le coperte. Poi, dopo aver chiesto a tutti di tacere, iniziò a parlare: “Vostro zio, il nobilissimo Thomas Olski, è venuto meno circa un’ora fa. Avrebbe avuto piacere di rivedervi tutti, dato il grande affetto che nutriva per voi”. Intanto, si notò che accanto al letto c’era un giovane con una piccola valigia. Non era molto più alto del comodino. S’intuì che fosse il medico, accorso per attestare il decesso. Era più emaciato del morto e incredibilmente goffo. Ritenendosi del tutto superfluo, si avvicinò a una delle finestre, poi consultò l’orologio, accennò a un saluto e quindi uscì camminando quasi di profilo, rigido come una marionetta. Nessuno si scostò per farlo passare. Sembrava troppo giovane per essere un medico, forse era solo uno studente. Uno dei nipoti guardò fuori dalla finestra e quindi esclamò: “Il tempo peggiora, cerchiamo di fare presto, Accorciamo l’allocuzione funebre, per favore”. Il servitore, forse per l’età avanzata o per una sua affettazione di modi, parlava molto lentamente e si muoveva ancora più adagio, esasperando i presenti.
“Egregi signori”, riprese con fatica, “il vostro grande zio mi ha incaricato di procedere alla lettura del testamento che riguarda tutti voi. Come sentirete, è necessario che nessuno esca prima della fine della lettura, altrimenti la sua eventuale quota verrà spartita tra i presenti. Questa è la volontà del signor Thomas”. Ci furono mormorii nella stanza, coperti dal vento che tormentava gli alberi vicini e dai nitriti dei cavalli lasciati nella piccola stalla. Iniziò la lettura e dopo dieci minuti i nipoti si convinsero di ascoltare un’autobiografia. Lo zio aveva iniziato al servizio della Casa Regnante di Danimarca per poi passare alla corte degli zar come precettore dell’erede al trono, quindi gli erano stati affidati delicati incarichi diplomatici per i quali rispondeva direttamente al sovrano, poi era stato chiamato all’Accademia reale di Svezia dove aveva insegnato per dieci anni. Quindi era tornato a Pietroburgo, poi di nuovo a Stoccolma, infine, richiamato dagli zar, era stato nella commissione incaricata di negoziare la vendita dell’Alaska agli Stati Uniti d’America.
Il tono monocorde del lettore non facilitava l’ascolto: uno dei nipoti si lamentò apertamente, anche perché l’uomo, temendo forse di mangiarsi le parole o forse per una piccola balbuzie, leggeva sillabando ogni parola. Intanto il fiume cresceva e le acque spingevano contro la riva, sollevando a tratti contro l’argine dei getti quasi verticali. Una signora si era appostata alla finestra e teneva gli altri aggiornati sulla situazione. La pioggia picchiava contro i vetri in modo feroce e si faticava a sentire la voce del domestico. Uno dei nipoti scese al pianoterra per vedere se stava entrando acqua, poi risalì rapidissimo chiedendo se era stato fatto il suo nome. “Macché” fu la secca e sgarbata risposta.
Si stava ancora parlando delle ragioni che avevano spinto il grande zio a vivere appartato vicino alla foresta: il bisogno di riflettere in solitudine sulla vita in generale, la delusione per la meschinità di tanti che aveva conosciuto, la voglia di leggere i testi antichi serenamente. Ogni tanto si ribadiva che chi avesse lasciato la sala sarebbe stato depennato dal novero degli eredi. Quando il domestico si concesse una pausa per bere un bicchiere d’acqua, pausa che sembrò a tutti infinita, scoppiò il finimondo. Uno dei presenti si avvicinò intimandogli di consegnargli il testamento; avrebbe proseguito lui la lettura con maggiore lena. A sorpresa Plummer aprì un cassetto, estrasse un piccolo revolver e disse con calma: “Questo è un dono del signor Thomas per il mio ottantottesimo compleanno: vivendo in un posto isolato bisogna cautelarsi e io sono autorizzato a usarlo contro ogni visitatore molesto, uomo o animale che sia”. Poi, riprese a leggere con la solita irritante flemma. Ogni volta che ripeteva l’espressione “Carissimi nipoti” o “Amati parenti addolorati per la mia improvvisa e inattesa fine”, oppure “Dolcissime mogli dei miei adorati nipoti”, dalla sala prorompevano sbuffi ed strilli. Inoltre, il servitore sembrava poco idoneo a reggere la commozione, dato che ogni tanto si interrompeva per asciugarsi le lacrime e poi contemplava lungamente il volto inespressivo del suo padrone, come se attendesse da lui l’invito a continuare. A tratti sembrava davvero inebetito. Una signora urlò: “Quel vecchio scimunito vuole far morire anche noi, vuol farci fare la fine dei topi!”. Comunque qualcuno che finora non aveva mai parlato, le replicò: “Allora tu e tuo marito potete anche andare via! Io resto”.
Il fiume intanto si ingrossava ancora e qualcuno disse che degli animali selvatici stavano passando veloci davanti alla casa. Mancavano ancora molti fogli da leggere, quando finalmente iniziò il lungo elenco dei beni del defunto, precisando che era stato necessario un anno per inventariarli tutti. L’interesse dei parenti si ravvivò e alcuni si avvicinarono al vecchio speranzosi. Si stava ancora parlando delle proprietà in Polonia, quando si notò che l’acqua stava entrando al pianoterra. Non si poteva più attendere. Il gruppetto si avviò in buona parte verso l’uscita, urlando e imprecando. Una signora tentò di strappare i fogli dalle mani di Plummer che lesto le puntò la pistola, dicendole: “Attenzione, badi che sparare a lei o una puzzola per me è la stessa cosa”. La donna, profumatissima, indietreggiò e prima di lasciare la stanza gridò: “Stupido! Sdentato! Biascica testamenti!”. Plummer, rimasto solo, si mise vicino alla finestra. Calava la sera. Un calesse era stato rovesciato e ora girava come una foglia mossa dal vento, alcuni cavalli impazziti nitrivano senza sosta, il giardino veniva spazzato dal vento e il fiume cominciava a straripare. Molti alberi della foresta si piegavano come archi, poi a causa dell’improvviso cambio di direzione del vento, scoccavano lasciando partire interi rami come frecce. Il fiume portava detriti e materiali di ogni tipo: lunghe assi e grossi tronchi venivano lanciati contro la casa che appariva come un fortino assediato. C’era da immaginare che le segherie poste a monte del fiume fossero state distrutte e ora il corso d’acqua sempre più impetuoso colpiva verso valle. Plummer era incantato dallo spettacolo di distruzione; i fulmini rischiaravano il cielo per lunghi momenti come grandi cicatrici bianche. La natura si stava riprendendo quella porzione di terra senza che la sua furia risparmiasse nulla.
Mezz’ora dopo una voce distolse il domestico: “Ma Plummer, lei non è sdentato!”. Era il signor Thomas. Il servitore si riavvicinò al letto e rispose: “No di certo, signore. Giusta notazione. Spero si senta bene”.
“Direi di sì. I nipoti invece come stanno? Riusciranno a salvarsi?”, chiese vivamente l’ultracentenario.
“Improbabile. Sarebbero dovuti partire almeno un’ora fa per avere qualche possibilità. Non escludo, con un po’ di buona sorte, che si possa vedere qualche corpo passare nel nostro giardino tra qualche minuto. Ma non le prometto nulla, signore”, rispose Plummer.
“In tal caso mi avvisi, ciò che fluttua mi ha sempre appassionato. Mi dica, ho ricevuto segni di affetto?”, insistette il padrone. “Irrilevanti, come previsto d’altronde”, fu la risposta.
“Certo. Possiamo allora essere sereni e non avere rimorso alcuno. Abbiamo riunito le mele marce nello stesso paniere e ora il paniere è a mollo. E la nostra situazione com’è, caro Plummer?”, chiese il signor Thomas allungando con fatica il collo.
“Se continua a piovere anche nelle prossime ore, non avremo scampo. L’acqua sta entrando nel primo piano”, spiegò il domestico e aggiunse: “Mi permetta di complimentarmi per la sua interpretazione. Non ho notato nemmeno un suo movimento. Era davvero immobile”.
“A dire il vero mi ero assopito. Comunque mi spiace che lei debba condividere la mia sorte”, disse con tristezza Olski.
“Lei ha centouno anni, io quasi novanta. Non abbiamo motivo di preoccuparci dell’avvenire. Inoltre, avevamo già definito la questione e io confermo senza rimpianti quello che è già stato deciso. Andremo avanti fino alla fine insieme”, farfugliò con voce tremolante per l’emozione il servitore. Ormai la casa era diventata una sorta di isola circondata da acque agitate, mentre accumuli di ramaglie picchiavano contro le finestre al pianoterra che erano rotte. In un punto si era creato un piccolo mulinello, finché un’ondata del fiume più potente delle altre lo distrusse. Una sella rovesciata, a tratti sommersa da una pesante asse, sfiorò il lato più lungo della casa prima di sparire completamente. All’interno, le fiammelle delle candele accese ondeggiavano nervosamente, mentre fuori il vento e il fiume gareggiavano nel far sentire la propria voce, surclassati solo dal fragore rabbioso del tuono.
“Se hai un nemico, siediti vicino al fiume e aspetta che passi il suo corpo”, disse piano l’ex – diplomatico. Il domestico accese tutte le candele disponibili e tornò ad osservare dalla finestra. Le luci riverberavano sulle armi appese nella stanza: spade, scudi, canne di fucile sembravano riprendere consistenza come porzione di un mondo passato ma ricco di orgoglio e quindi intramontabile. Olski si tastò la barba bianchissima da vecchio patriarca e per un attimo si sentì un nuovo Noè in mezzo al diluvio. Ma nella sua arca c’era solo il suo attempato servitore. Non gli dispiaceva essersi addormentato e aver perso la visione delle facce dei parenti, anche se l’idea era di restare sveglio e ascoltare i loro commenti.
Poi si rivolse al domestico, alzando il più possibile la voce: “Signor Plummer, senza di lei sarei morto per davvero. So che la situazione è difficile, ma sarebbe ancora possibile avere del tè?”.
La furia degli elementi si attenuò un poco, come per permettere che la risposta potesse venire udita. “Tutto sommato, credo sia ancora possibile, signore”, disse con tono distaccato Plummer.

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