“Alla fine dei sogni”, Stefania Trapani

FRONT.alla fine dei sogni

TITOLO: Alla fine dei sogni
AUTORE: Stefania Trapani (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE Michela e Silvia sono inseparabili amiche ventinovenni che nell’agosto del 2010 si trovano ad avere due grossi problemi. Michela, mamma della piccola Gaia, lotta da nove mesi contro un tumore al seno. Alla fine delle terapie, quando la situazione dovrebbe essere risolta, le vengono diagnosticate tre millimetriche metastasi celebrali. Quando viene a saperlo, Silvia si trova al supermercato e sviene; a seguito degli accertamenti a cui viene sottoposta, scopre di essere incinta. Nonostante “Alla fine dei sogni” tratti degli argomenti molto impegnativi, quali la malattia, l’aborto, arrivando a spingersi fino ai pericolosi confini della morte, ha comunque un ritmo incalzante, in alcuni punti è anche divertente, come le sue protagoniste che non perdono mai quell’autoironia, fondamentale in questo genere di dramma. Ma questo romanzo è soprattutto la storia di un’amicizia sincera. È proprio per questa amicizia che è nato. Ed è di questa amicizia che vuole parlare.

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DUE VITE IN SOSPESO TRA LA VITA E LA MORTE

Silvia arrivò da Michela che era molto tesa. Nemmeno la veloce corsa in auto l’aveva aiutata a scaricare tutta quella tensione; le notizie trovate su internet erano sconvolgenti.
Anna le aprì la porta con un sorriso.
«Vieni Silvia. Siamo appena arrivate.»
Zia Giulia spadellava in cucina, Gaia giocava sul tappeto ai piedi di Michela, e lei se ne stava accovacciata sul divano. Sembrava guardasse l’enorme televisore che aveva di fronte, ma in realtà stava fissando il vuoto.
Non l’accolse come sempre, col suo bel sorriso, ma ne accennò uno.
«Ciao Ughino…»
L’euforia delle dimissioni aveva lasciato il posto a qualcos’altro.
Sembrava un uccellino seduta in quel modo. Era più magra che mai, indossava una canottiera nera che le dava un certo tono grintoso, ma evidenziava il suo unico seno. Silvia ripensò a quante volte avevano fatto il bagno insieme, da ragazzine. Al ricordo di quei suoi magnifici seni, che non c’erano più, le venne il magone. Ma non era quello il momento di piangere e lo mandò giù.
«Allora ti hanno spaventata quei maledetti…» disse rompendo il ghiaccio.
«Sì. L’onco-gnocco mi ha assicurato che non è nulla di grave, ma io non sono affatto tranquilla. Ce l’ho qui, capisci?» disse indicandole un punto sulla fronte.
«Gli è sfuggita una cellula, mi ha detto. Ma quanti organi ha attraversato, questa cellula, prima di arrivare qui?» e ribatté col dito sulla fronte.
«Dai Michela, se ti hanno detto che è una stupidata, non può essere che così.»
«Sì, sono tre noduli millimetrici. Ma ho paura. Il cancro ha camminato… non avevo ancora terminato le cure quando si è mosso! E se la radioterapia non bastasse? Se il tumore mi tornasse di nuovo, da un’altra parte? Dove lo trovo il coraggio per affrontare tutti i controlli? Dovrò farne tutta la vita, capisci? E per i prossimi cinque anni ne avrò uno ogni tre mesi! Come potrò reggere tutta questa tensione? Non ce la faccio più, Silvia, non è vita questa…»
A quelle parole seguì uno spaventoso silenzio.
Erano gli stessi pensieri che avevano in mente tutti, ma che nessuno aveva il coraggio di esternare.
«Devo dirti una cosa…» disse Silvia, provando a distrarla.
A Michela brillarono gli occhi; era un essere curioso e per farla felice bastava svelarle un segreto.
Silvia seguì con lo sguardo Anna, che gironzolava intorno a loro, ed esitò a parlare.
«Mamma» disse Michela in tono di biasimo «ma non hai ancora chiamato la nonna? Cosa aspetti a dirle che mi hanno dimessa?»
«É vero! La nonna!»
E appena Anna corse nell’altra stanza per telefonare a sua madre, Silvia vuotò il sacco.
Lo fece in modo diretto, come sempre, come una fucilata.
«Sono incinta.»
Si guardarono serie.
«E di chi?» chiese Michela, scoppiando a ridere.
«Ma che ne so, Pina!»
Non riuscivano a smettere di ridere.
«E adesso a tuo padre chi glielo dice?»
Il padre di Silvia era notoriamente un uomo all’antica, il tipico siciliano di fine ottocento che avrebbe preferito morire piuttosto che avere una ragazza-madre per figlia.
«Non lo saprà mai, Michela» disse Silvia, tornando seria «non lo terrò.»
Michela annuì.
«La scelta spetta soltanto a te. Però pensaci bene. Potresti pentirtene un giorno.»
«Penso che mi pentirei di più se decidessi di tenerlo.»
«Certo, nel momento in cui tuo padre stesse per ammazzarti te ne pentiresti eccome!»
E ricominciarono a ridere.

A guardarle da lontano riuscivano ad apparire, nonostante tutto, due ragazze spensierate. Complice la bellezza stralunata che le caratterizzava e la tendenza al riso, non si poteva facilmente intuire l’enorme peso che portavano dentro, a meno che non le si conoscesse bene.
Era stato un anno terribile per entrambe, pieno di sofferenza sia fisica che psicologica; il cancro di Michela, l’addio di Giorgio, e ora quella catastrofica gravidanza…
Non fosse stato per Gaia, probabilmente non l’avrebbero nemmeno superato un anno così.
Ma se si aveva la possibilità di osservarle un po’ più da vicino, non si poteva non notare l’orrore che portavano dentro. I loro occhi non ridevano più, e anche il colorito bianco/giallognolo, che aveva preso il posto dell’abituale pallore lunare, diceva molto della loro situazione reale.
Erano devastate.
Una che lottava da nove mesi contro un tumore al seno, che alla fine di quelle torture le aveva regalato tre belle metastasi al cervello. L’altra col cuore in frantumi e incinta di chissà chi. Che certo, i due problemi non erano proprio paragonabili, ma in entrambi i casi c’era una vita di mezzo che vacillava spaventosamente, e c’era tanta, tanta nausea.
Restavano comunque due bellissime ragazze, nonostante il colorito spento, le occhiaie, e i visi un po’ smunti. Con quel nuovo aspetto sciupato, tra l’altro, sembravano assomigliarsi ancora di più. Non erano sorelle di sangue, in realtà non c’era alcuna parentela tra di loro. L’unica cosa che le accomunava erano i padri siciliani. Ma erano cresciute insieme, e questo faceva di loro due sorelle. Si frequentavano da quando erano in fasce, anche per questo le loro voci erano pressoché identiche. Avevano gli stessi toni, le stesse cadenze, addirittura il timbro della loro voce era il medesimo. Perfino le loro mamme, quando le sentivano parlare al telefono o al citofono, le confondevano.
Oltre alla stessa voce avevano anche la stessa altezza.
Era incredibile come entrambe fossero alte un metro e sessantanove, né un centimetro in più, né uno in meno. Forse perché avevano frequentato le stesse scuole, praticato gli stessi sport… forse era questo il motivo di una tale bizzarra coincidenza.
E poi null’altro le accomunava.
Erano anzi l’una l’opposto dell’altra; sembravano due immagini speculari a guardarle bene.
Michela aveva i capelli nerissimi, Silvia biondissimi. Il taglio e la lunghezza erano però gli stessi: lunghi fino alle spalle con la frangetta portata di lato, fino a prima che Michela li perdesse; rasati a zero da quando la ragazza si era dovuta sottoporre alla chemioterapia. Anche in quell’occasione Silvia aveva seguito la sua amica, un po’ per solidarietà, pensando che in quel modo l’avrebbe fatta sentire meno malata, ma anche perché si sarebbe sentita meno se stessa con un taglio di capelli diverso da quello della sua Michela.
In effetti, in quel modo, il radicale cambiamento d’immagine fu meno traumatico per entrambe.
Non fu semplice per nessuna delle due passare dai capelli lunghi al nulla, o quasi. Ma si fecero coraggio a vicenda, trovandosi poi a scoprire che quel taglio, o meglio quella rasatura, non stava affatto male, ma anzi valorizzava ancor più i loro visi da ninfe e i loro sguardi lucenti.
Gli occhi di Michela erano scurissimi, come i suoi capelli. Erano di un purissimo nero che, come la notte, tendevano inevitabilmente al blu.
Quelli di Silvia erano invece chiarissimi, di un colore indefinito molto simile al ghiaccio, che in base alla luce o agli umori sfumavano sul grigio, l’azzurro, o il giallo.
Avevano entrambe stranissimi occhi, molto diversi tra di loro, ma in entrambi i casi di un colore che si confondeva con quello dei loro capelli. E qualunque cosa guardassero, lo facevano allo stesso modo.

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