“Love Game”, Rossella Leone

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TITOLO: Love Game
AUTORE: Rossella Leone (BIO)
EDITORE: Edizioni Rei

L’AUTRICE DICE CHE In un piccolo chalet di montagna si radunano, apparentemente solo per una tranquilla vacanza, un gruppo di otto persone; ognuna con un nodo gordiano da risolvere: c’è Tom; un architetto tormentato dal suo passato; Marta, una donna caparbia, in lotta per riconquistare il suo amore; Ariel, una ragazzina incerta su come far ripartire la propria vita; Jak, un cantante in declino che ha perso qualcosa di più della sua carriera; Max, un uomo di successo, deciso a riparare ad un grave torto che ha commesso; Michael, un medico innamorato, intenzionato ad aiutare la sua fidanzata in un folle proposito; Katia, una ragazza distrutta da una delusione d’amore ed, infine, Ylaria, la sua migliore amica, decisa a compiere la sua vendetta personale.
Una volta in vacanza Katia scopre, con sgomento, di essere l’unica a non sapere che nello chalet è previsto un gioco di ruolo: il Love Game, una sorta di recita a soggetto a cui tutti i villeggianti devono obbligatoriamente partecipare. In base al regolamento solo ad alcuni di loro toccherà recitare, ossia orchestrare, senza farsi scoprire, bollenti incontri amorosi, o, al contrario, odio tra i concorrenti.
Si formano due squadre e inizia l’avventura…tra foreste incantate, dichiarazioni inaspettate, balli scatenati. In un intreccio di bugie e verità Katia riscopre la gioia di sedurre…e di essere sedotta. Arriva perfino ad innamorarsi di un uomo dolce, simpatico, divertente. In una parola: PERFETTO. Salvo poi scoprire che mister perfezione sta per sposarsi… Katia non sa più che fare e, quando si è quasi convinta a rinunciare a lui, arriva l’ultimo ordine del Love Game: SABOTARE LE NOZZE.
Deciderà di continuare il gioco…oppure no?

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1° GIORNO

– Già. Il gioco è semplice. Ognuno di voi dovrà estrarre da un’urna uno pseudonimo. Solo alcuni pseudonimi corrispondono ai “Ranger Love“ del racconto. – Ranger Love? Che vuol dire? – chiese Katia prima di riuscire a trattenersi. Tutta quella storia iniziava a sembrarle una follia. Max la guardò come si scruta un bambino un po’ lento. – Come saprai i veri Ranger sono i cavallerizzi che, lazo alla mano, guidano le mandrie al pascolo. In questo gioco i nostri Ranger avranno un compito analogo: dovranno condurre delle persone sulla giusta via facendo in modo che seguano un percorso che altri hanno tracciato. Capita spesso che ciò significhi combinare “incontri d’amore” da qui la dicitura di “Ranger Love”. – Spiegati meglio Max – lo incitò Marta vedendo lo stupore su molte facce. – Con piacere – disse questi afferrando il prezioso scritto e alzandolo in alto cosicchétutti potessero vederlo. – Se tutti noi interpretassimo la trama del libro allora non ci sarebbe altro che una mera recitazione, come un film in cui tutti hanno una parte predefinita. Ognuno saprebbe già tutto ciò che sta per succedere, scena per scena. Si fermò. I presenti annuirono rumorosamente. – Se invece solo alcuni hanno una parte il loro compito sarà più difficile perchédovranno fare in modo che compagni ignari si comportino in un determinato modo. Dovranno sforzarsi cioè di far accadere le scene descritte. Marta alzò la voce dicendo: – In conclusione i Ranger Love sono i soli personaggi destinati a recitare. Possono essere due, tre, o anche quattro. Il loro numero dipende dalla complessità del racconto e verrà reso noto solo alla fine del Love Game. Katia sentì un brivido lungo la schiena. Gente a lei sconosciuta l’avrebbe ingannata ripetutamente per uno stupido gioco! – Non penso di esserne capace. Forse non è stata una buona idea quella di venire qui. Sarà meglio che vada – disse voltandosi di scatto e cercando di raggiungere la porta. Marta le si parò davanti bloccandole la strada. Aveva uno sguardo truce. – Povera bambolina. Fammi indovinare: sei stata delusa dall’amore ed hai paura dirimetterti in gioco? – domandò sprezzante. Il cuore di Katia saltò un battito. – Hai fatto bene a tirarti subito indietro perché sai – continuò tagliente, – ci vuolecoraggio nella vita per vivere le avventure più belle. Se tu non vuoi rischiare nulla non meriti nulla – concluse guardandola come si può guardare un insetto in unappartamento.Katia la fissò. Era quasi sicura che la piccola Mulan la stesse sfidando. – Che cosa dovrei vivere? Una farsa? No, grazie. La superò con un balzo e mise la mano sulla porta.

– Questa è una farsa, hai ragione, ma la vita stessa non è forse un teatro in cui tuttirecitiamo una parte? Tu non fingi forse di essere calma e misurata mentre una rabbia ti divora? – gridò il ragazzo biondo salendo su una sedia con fare teatrale. Era finita in mezzo a dei pazzi. La mano si chiuse rapida sulla maniglia dorata. Una voce limpida sovrastò il chiacchierio giungendole dritta al cuore. – In questi giorni vivrai più che in tutta la tua vita ogni possibile sentimento umano:compassione, odio, tradimento, amore. Pensaci: tu non saprai fino alla fine chi starà recitando con te, chi vorrà essere realmente tuo amico o chi sarà semplicemente se stesso quindi dovrai rischiare il tutto per tutto per capire i tuoi compagni. Dovraiconoscerli.Max l’aveva raggiunta con poche decise falcate. Ora, con il viso a pochi centimetri da lei, la scrutava dal suo metro e novanta, senza staccarle gli occhi di dosso. – Quello che voglio dire è che, anche se ci saranno azioni dettate dal gioco, parole che tu riterrai false, ciò che proverai sarà
autentico
– dichiarò posandosi una mano sul cuore. Ylaria corse da lei con gli occhi visibilmente lucidi. – Pensa che questa sia una splendida occasione per divertirti un po’. Qui nessuno di noiè un attore professionista. Siamo persone normali con una vita normalissima alle spalle. Ci è stata data un’occasione per spezzare la nostra quotidianità con una parentesi di follia. Per una settimana potremo vestire i panni di un altro, crearci un diverso passato. E’ un’esperienza unica, elettrizzante. Ed, in fondo,… cos’ha da perdere? Già. Cosa? La dignità!?Quella l’aveva già persa tempo prima. – So che non mi conosci molto bene – disse Ylaria facendole un occhiolino veloce – ma dammi fiducia. Credo fermamente che questa esperienza ti gioverà. Katia si guardò intorno. In fondo, lì, nessuno la conosceva. L’Amica le prese le mani chiedendole: – Ti va di provare? Lei la guardò negli occhi mentre la stretta si faceva più forte. Nella stanza il silenzio ricopriva del suo pesante velo ogni rumore. Katia abbracciò con lo sguardo quella gente che la scrutava incuriosita. In fondo era solo per una settimana… e se qualcosa fosse andato storto poteva sempre infilare la porta e andarsene. – Mi hai convinto ma sappi che mi devi un favore! Ylaria l’abbracciò con forza mentre il giubilio si diffondeva nel gruppo. Un ragazzo dai capelli biondissimi (lo stesso che poco prima era salito sulla sedia) avanzò con in mano un vaso rosso. – Estrai il tuo pseudonimo e da oggi sarai un’altra persona – esclamò con voce altisonante. Katia infilò la mano ed afferrò un foglietto accuratamente piegato. – Vuoi che lo legga io? – si propose Ylaria togliendoglielo velocemente di mano. Sembrò ripensarci perché un attimo dopo glie lo restituì dicendo: – No, devi farlo tu.

– Allora come ti chiamerai? – chiese l’amica, sbirciando curiosa oltre le sue spalle. – Karen. Lo ripeté piano nella sua mente. Le piaceva. – E’ carino! Fa molto soap-opera. Speriamo di averne uno altrettanto bello! – mormorò tuffando la mano nell’urna. – Io sarò Jessica! – mugugnò poi, con meno allegria. – Ed io sarò Ariel – squittì il folletto biondo saltellando sul posto. Marta, in un silenzio ultraterreno, annunciò: io sarò Sofia. Quasi contemporaneamente un vaso blu retto da una divertitissima Ylaria circolò tra i ragazzi. L’esile biondino fu presto ribattezzato Michael. Katia fece mente locale dei componenti della sua squadra; alla sua destra, l’uomo taciturno era diventato Tom; alla sua sinistra, il buffo ragazzino dai capelli a spazzola e il piercing al naso sarebbe stato Jak. L’ultimo ad estrarre il nome fu Massimo. – Io sarò Max – annunciò divertito dalla casualità del destino. – Ma non è possibile! E’ già il tuo nome! – Cosa prevede il regolamento in questi casi? – chiese Ariel guardandosi intorno in cerca di una soluzione. Marta la fulminò con un’occhiataccia, ignorandola – Salite tutti nelle vostre stanze. Il pranzo è previsto per l’una nel salottino. E ricordate: da quando scenderete non sarete più voi! Non sapeva bene perché ma quell’avvertimento le risuonò sinistro.

“Alata”, Grazia Brambilla

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TITOLO: Alata
AUTORE: Grazia Brambilla (BIO)
EDITORE: Montag Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE Chiara è una protagonista che non dimenticherete. Non è come tutti di noi, è una creatura con un destino segnato che sembra volerle riservare solo brutte sorprese. Chiara è in lotta contro l’intera Volta Celeste, vittima di un’intima sofferenza, ma al suo fianco si schiera Binael, Ordinatore dell’Universo che la condurrà, passo dopo passo all’accettazione della sua vera e magnifica natura. Si susseguono, pagina dopo pagina, incontri tra personaggi differenti tra loro di cui viene appronfondito l’aspetto psicologico. Personaggi a cui Chiara è, e non è particolarmente legata , ma che lasciano una impronta profonda nel suo modo di vedere la vita. La storia si snoda tra le pagine di Alata, in modo alquanto imprevedibile ed il finale è magistralmente descritto.
Alata è una storia per tutti coloro che amano guardare oltre. Apprestatevi alla lettura, liberando la mente da qualsiasi aspettativa perchè non tutto sarà come potrete immaginare.

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LA FIAMMA DEL CAMINO

La fiamma del camino che balla sulla parete come un corpo in preda ad un delirio, mi ipnotizza. Mi si avvicina ed io le faccio un cenno di assenso. Mi rapisce gli occhi e la bocca ma riesce a non procurarmi alcun dolore fisico. Li trasporta lontano. Intravedo appena delle ombre nel luogo in cui mi trovo. Sono sempre più vicine. Sono diverse tra loro nella forma e hanno tonalità di azzurro differente a seconda della durata della loro permanenza in questo non luogo. Il colore è più scuro per quelle che da poco tempo mi hanno lasciata. Mi accorgo che posso parlar loro e che non ho alcuna paura. La fiamma mi guarda e, gentilmente, mi spinge un po’ più vicino. Cosa sta accadendo? Le vedo meglio ora. Le riconosco tutte. Sono un graffio profondo nel mio cuore. Sono la mia pena più grande. Non hanno viso. Non occorre. Sono la pura e chiara essenza di loro stesse e così mi appaiono. Si rincorrono, giocano e volteggiano davanti al mio sguardo pieno di stupore e di amore.
Vorrei essere come esse sono. Libera. Non so esattamente che fare e d’istinto le chiamo per nome. Si librano nell’aria e si fermano ad ascoltarmi stabilendo un contatto che va oltre la mia aspettativa. Mi fanno sapere che sono felici. L’emozione che mi scuote è così grande che le parole si arricciano nella mia mente trasformandosi in frasi incomprensibili. Ma non ha importanza perché ciò che voglio far sapere brilla nei miei occhi. Resto immobile a godermi questo momento mentre si rafforza in me la certezza che nessuno muore mai del tutto. Ci siete ancora e mi state dando il coraggio di svegliarmi domani mattina. Sento la vostra luce ed ora so esattamente cosa state provando. Vi sentite bene e siete tornati come bambini, come bianche statue ancora da scolpire. Tendo una mano, ma un tocco leggero mi chiude gli occhi.
E’ ora di tornare. Non voglio andarmene. La fiamma mi riporta alla mia lunga notte senza stelle

“Alla fine dei sogni”, Stefania Trapani

FRONT.alla fine dei sogni

TITOLO: Alla fine dei sogni
AUTORE: Stefania Trapani (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE Michela e Silvia sono inseparabili amiche ventinovenni che nell’agosto del 2010 si trovano ad avere due grossi problemi. Michela, mamma della piccola Gaia, lotta da nove mesi contro un tumore al seno. Alla fine delle terapie, quando la situazione dovrebbe essere risolta, le vengono diagnosticate tre millimetriche metastasi celebrali. Quando viene a saperlo, Silvia si trova al supermercato e sviene; a seguito degli accertamenti a cui viene sottoposta, scopre di essere incinta. Nonostante “Alla fine dei sogni” tratti degli argomenti molto impegnativi, quali la malattia, l’aborto, arrivando a spingersi fino ai pericolosi confini della morte, ha comunque un ritmo incalzante, in alcuni punti è anche divertente, come le sue protagoniste che non perdono mai quell’autoironia, fondamentale in questo genere di dramma. Ma questo romanzo è soprattutto la storia di un’amicizia sincera. È proprio per questa amicizia che è nato. Ed è di questa amicizia che vuole parlare.

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DUE VITE IN SOSPESO TRA LA VITA E LA MORTE

Silvia arrivò da Michela che era molto tesa. Nemmeno la veloce corsa in auto l’aveva aiutata a scaricare tutta quella tensione; le notizie trovate su internet erano sconvolgenti.
Anna le aprì la porta con un sorriso.
«Vieni Silvia. Siamo appena arrivate.»
Zia Giulia spadellava in cucina, Gaia giocava sul tappeto ai piedi di Michela, e lei se ne stava accovacciata sul divano. Sembrava guardasse l’enorme televisore che aveva di fronte, ma in realtà stava fissando il vuoto.
Non l’accolse come sempre, col suo bel sorriso, ma ne accennò uno.
«Ciao Ughino…»
L’euforia delle dimissioni aveva lasciato il posto a qualcos’altro.
Sembrava un uccellino seduta in quel modo. Era più magra che mai, indossava una canottiera nera che le dava un certo tono grintoso, ma evidenziava il suo unico seno. Silvia ripensò a quante volte avevano fatto il bagno insieme, da ragazzine. Al ricordo di quei suoi magnifici seni, che non c’erano più, le venne il magone. Ma non era quello il momento di piangere e lo mandò giù.
«Allora ti hanno spaventata quei maledetti…» disse rompendo il ghiaccio.
«Sì. L’onco-gnocco mi ha assicurato che non è nulla di grave, ma io non sono affatto tranquilla. Ce l’ho qui, capisci?» disse indicandole un punto sulla fronte.
«Gli è sfuggita una cellula, mi ha detto. Ma quanti organi ha attraversato, questa cellula, prima di arrivare qui?» e ribatté col dito sulla fronte.
«Dai Michela, se ti hanno detto che è una stupidata, non può essere che così.»
«Sì, sono tre noduli millimetrici. Ma ho paura. Il cancro ha camminato… non avevo ancora terminato le cure quando si è mosso! E se la radioterapia non bastasse? Se il tumore mi tornasse di nuovo, da un’altra parte? Dove lo trovo il coraggio per affrontare tutti i controlli? Dovrò farne tutta la vita, capisci? E per i prossimi cinque anni ne avrò uno ogni tre mesi! Come potrò reggere tutta questa tensione? Non ce la faccio più, Silvia, non è vita questa…»
A quelle parole seguì uno spaventoso silenzio.
Erano gli stessi pensieri che avevano in mente tutti, ma che nessuno aveva il coraggio di esternare.
«Devo dirti una cosa…» disse Silvia, provando a distrarla.
A Michela brillarono gli occhi; era un essere curioso e per farla felice bastava svelarle un segreto.
Silvia seguì con lo sguardo Anna, che gironzolava intorno a loro, ed esitò a parlare.
«Mamma» disse Michela in tono di biasimo «ma non hai ancora chiamato la nonna? Cosa aspetti a dirle che mi hanno dimessa?»
«É vero! La nonna!»
E appena Anna corse nell’altra stanza per telefonare a sua madre, Silvia vuotò il sacco.
Lo fece in modo diretto, come sempre, come una fucilata.
«Sono incinta.»
Si guardarono serie.
«E di chi?» chiese Michela, scoppiando a ridere.
«Ma che ne so, Pina!»
Non riuscivano a smettere di ridere.
«E adesso a tuo padre chi glielo dice?»
Il padre di Silvia era notoriamente un uomo all’antica, il tipico siciliano di fine ottocento che avrebbe preferito morire piuttosto che avere una ragazza-madre per figlia.
«Non lo saprà mai, Michela» disse Silvia, tornando seria «non lo terrò.»
Michela annuì.
«La scelta spetta soltanto a te. Però pensaci bene. Potresti pentirtene un giorno.»
«Penso che mi pentirei di più se decidessi di tenerlo.»
«Certo, nel momento in cui tuo padre stesse per ammazzarti te ne pentiresti eccome!»
E ricominciarono a ridere.

A guardarle da lontano riuscivano ad apparire, nonostante tutto, due ragazze spensierate. Complice la bellezza stralunata che le caratterizzava e la tendenza al riso, non si poteva facilmente intuire l’enorme peso che portavano dentro, a meno che non le si conoscesse bene.
Era stato un anno terribile per entrambe, pieno di sofferenza sia fisica che psicologica; il cancro di Michela, l’addio di Giorgio, e ora quella catastrofica gravidanza…
Non fosse stato per Gaia, probabilmente non l’avrebbero nemmeno superato un anno così.
Ma se si aveva la possibilità di osservarle un po’ più da vicino, non si poteva non notare l’orrore che portavano dentro. I loro occhi non ridevano più, e anche il colorito bianco/giallognolo, che aveva preso il posto dell’abituale pallore lunare, diceva molto della loro situazione reale.
Erano devastate.
Una che lottava da nove mesi contro un tumore al seno, che alla fine di quelle torture le aveva regalato tre belle metastasi al cervello. L’altra col cuore in frantumi e incinta di chissà chi. Che certo, i due problemi non erano proprio paragonabili, ma in entrambi i casi c’era una vita di mezzo che vacillava spaventosamente, e c’era tanta, tanta nausea.
Restavano comunque due bellissime ragazze, nonostante il colorito spento, le occhiaie, e i visi un po’ smunti. Con quel nuovo aspetto sciupato, tra l’altro, sembravano assomigliarsi ancora di più. Non erano sorelle di sangue, in realtà non c’era alcuna parentela tra di loro. L’unica cosa che le accomunava erano i padri siciliani. Ma erano cresciute insieme, e questo faceva di loro due sorelle. Si frequentavano da quando erano in fasce, anche per questo le loro voci erano pressoché identiche. Avevano gli stessi toni, le stesse cadenze, addirittura il timbro della loro voce era il medesimo. Perfino le loro mamme, quando le sentivano parlare al telefono o al citofono, le confondevano.
Oltre alla stessa voce avevano anche la stessa altezza.
Era incredibile come entrambe fossero alte un metro e sessantanove, né un centimetro in più, né uno in meno. Forse perché avevano frequentato le stesse scuole, praticato gli stessi sport… forse era questo il motivo di una tale bizzarra coincidenza.
E poi null’altro le accomunava.
Erano anzi l’una l’opposto dell’altra; sembravano due immagini speculari a guardarle bene.
Michela aveva i capelli nerissimi, Silvia biondissimi. Il taglio e la lunghezza erano però gli stessi: lunghi fino alle spalle con la frangetta portata di lato, fino a prima che Michela li perdesse; rasati a zero da quando la ragazza si era dovuta sottoporre alla chemioterapia. Anche in quell’occasione Silvia aveva seguito la sua amica, un po’ per solidarietà, pensando che in quel modo l’avrebbe fatta sentire meno malata, ma anche perché si sarebbe sentita meno se stessa con un taglio di capelli diverso da quello della sua Michela.
In effetti, in quel modo, il radicale cambiamento d’immagine fu meno traumatico per entrambe.
Non fu semplice per nessuna delle due passare dai capelli lunghi al nulla, o quasi. Ma si fecero coraggio a vicenda, trovandosi poi a scoprire che quel taglio, o meglio quella rasatura, non stava affatto male, ma anzi valorizzava ancor più i loro visi da ninfe e i loro sguardi lucenti.
Gli occhi di Michela erano scurissimi, come i suoi capelli. Erano di un purissimo nero che, come la notte, tendevano inevitabilmente al blu.
Quelli di Silvia erano invece chiarissimi, di un colore indefinito molto simile al ghiaccio, che in base alla luce o agli umori sfumavano sul grigio, l’azzurro, o il giallo.
Avevano entrambe stranissimi occhi, molto diversi tra di loro, ma in entrambi i casi di un colore che si confondeva con quello dei loro capelli. E qualunque cosa guardassero, lo facevano allo stesso modo.

“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (2)

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TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL GIOVANE CNEER

Ad Aletstar viveva un giovane Tecnico, dotato di una facoltà molto particolare e con pochi precedenti noti. Egli era in grado di leggere nel pensiero, con la sola limitazione di potersi concentrare su due o tre persona alla volta e di necessitare di una sorta di loro approvazione. Nessuno si era ancora spiegato a fondo come funzionasse; in ogni caso, per fare in modo che Crestol sentisse, occorreva inviargli un pensiero direttamente. Lui stesso si definiva come un “cacciatore di animali domestici”. Solo in rare occasioni captava pensieri casuali.
Nonostante la giovane età, Crestol manifestava da tempo il desiderio di unirsi al fronte operativo dei Tecnici, a coloro che agivano per contrastare i Religiosi e guadagnare il consenso della gente. I suoi genitori non approvavano queste tendenze; sua madre era dotata di poteri, mentre suo padre era un uomo comune, ma entrambi preferivano vivere da persone qualunque, senza combattere per cambiare il mondo. Si erano opposti allo spirito battagliero di Crestol sin dalle prime avvisaglie, ma erano sufficientemente saggi da sapere che tarpare le ali a un giovane pieno di sogni e speranze non avrebbe portato a nessun risultato positivo. Alla fine avevano acconsentito che seguisse altri Tecnici per imparare da loro, tuttavia continuavano a vivere nel timore e si auguravano che l’esperienza diretta convincesse Crestol ad abbandonare l’azione.
Gli altri Tecnici di Aletstar furono ben contenti fin da subito di accogliere un giovane speranzoso e pieno di energia. La sua particolare facoltà risultava inoltre molto interessante e potenzialmente decisiva. Non passò infatti molto tempo prima che, da semplice spettatore, Crestol si trasformasse in una pedina importante per l’azione dei compagni.
I problemi legati alla città di Mistar, ancora fortemente radicata alla tradizione e perciò a rischio di rivolte popolari o di interventi degli ardmala, rendevano necessarie misure cautelative per i Tecnici che vi operavano. A Crestol era stato affidato il compito di agire in incognito, appostandosi in zone strategiche della città o appena fuori dalle mura, in ascolto dei suoi compagni in servizio. In caso di imprevisti, Crestol avrebbe potuto ricevere l’allarme silenzioso e radunare quanto prima i rinforzi dalla vicina Aletstar. In tempi recenti gli era stato affiancato Cneer, un altro giovane promettente, capace di correre a velocità impensabili e quindi ideale per fare da messaggero d’emergenza.
Nella pratica, l’entusiasmo di Crestol per il suo incarico era stato smorzato dalla calma piatta che caratterizzava ogni giornata. Da quanto gli avevano raccontato su Mistar, si era immaginato una città devastata dalla guerra civile e in cui fosse pericoloso anche solo passeggiare. In realtà non accadeva mai nulla, proprio come nella sua Aletstar, e non gli era mai capitato di ricevere un singolo pensiero di aiuto da Punyol o Gabraber, che erano i Tecnici operativi a Mistar. In alcune occasioni li sostituivano altri due uomini, un certo Amildren e un tale Pyelstron. Amildren, quasi coetaneo di Crestol, era solito inviargli pensieri e battutacce volgari, per divertirsi.
Anche quel mattino Crestol era in servizio. Passeggiava stancamente davanti alla porta principale di Mistar. In una giornata così noiosa l’unico sollievo era dato dal tempo meraviglioso e dal panorama che circondava la città. Le maestose montagne di Mistar, che delimitavano i confini settentrionali del Regno, l’altopiano a sud-est e le sconfinate pianure che si estendevano a sud-ovest.
Come spesso accadeva, Cneer non si era presentato; diceva che, se proprio doveva sprecare il proprio tempo, preferiva gironzolare in città o prendersi gioco dei cloy che abitavano vicino alle foreste ai piedi delle montagne, facendoli imbestialire per poi scappare alla sua irraggiungibile velocità. Crestol condivideva l’opinione che il compito loro assegnato fosse noioso e probabilmente inutile in tempi come quelli, ma non se la sentiva di venire meno agli impegni. Pensava che diventare un eroe non significasse essere sempre in azione, ma farsi trovare pronto al momento opportuno.
Quel giorno la sua pazienza venne ripagata e la sua concezione di eroismo trovò conferma. Seduto su una pietra affondata nel terreno e circondata dall’erba alta, giocherellava con un rametto, rigirandoselo tra le mani, quando udì qualcosa. In alcune occasioni gli era capitato di non discernere parole pronunciate da altre solo pensate e intercettate con la mente, ma in quel momento non ebbe dubbi che il messaggio giungesse da lontano.
“Gli ardmala ci hanno preso, hanno ammazzato Gabraber, ora tocca a me. Avvisa tu…”
A pensare era Punyol. Crestol scattò in piedi, il cuore in gola, senza sapere come comportarsi. Aveva avuto mesi per prepararsi a una situazione di emergenza, ma il panico gli offuscò la mente. Dapprima gli balenò l’idea di correre in città e cercare i suoi amici, ma se davvero gli ardmala avevano teso un agguato non avrebbero esitato a catturare anche lui, giovane, inesperto e soprattutto senza poteri da sfruttare per combattere.
Senza esitare oltre, cominciò a correre verso Aletstar.

“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (1)

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TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL RIMORSO DI STREELAR

«Allora?» la incalzò Amildren «venendo al dunque? Come l’hai sistemato, quel bastardo?»
Gavren lo fulminò con un’occhiataccia.
«Già poco prima avevo rischiato di mandare tutto all’aria» continuò Streelar, come se nessuno l’avesse interrotta «un altro ardmal mi aveva fermata, notando che mi facevo largo tra la gente, e se solo avesse chiesto di esaminare il mio sacchetto di mele o se mi avesse costretta a rimanere più indietro… poi mi ha lasciata andare, ma promettendomi che mi avrebbe raggiunto a casa per abusare di me, così…»
«Che gran animale!» commentò Amildren.
«Così il tutto si è sommato, la tensione per il rischio corso, la paura, la rabbia verso quella guardia e il disgusto nel pensare a come abusano del loro potere. È stato come se ogni emozione si traducesse in energia e questa energia trovasse come valvola di sfogo il mio piede. Io… ho spinto la gamba che era rimasta libera con tutta la forza che avevo e ho colpito in pieno volto l’ardmal che mi stringeva.»
«Che donna!» sorrise Amildren, ignorando Gavren e i suoi continui sguardi.
«Ho distolto subito l’attenzione, ma non abbastanza in fretta» proseguì Streelar, che non rideva, anzi aveva cominciato a piangere angosciata «ho fatto in tempo a vedere l’elmo che cadeva, il collo che si piegava all’indietro, il sangue che schizzava dal naso e dalla bocca sulla mia gamba, un dente che si staccava. E lo scricchiolio che ho sentito sotto al piede, le ossa del volto che si rompevano… la stessa sensazione di quando schiaccio un insetto, ma quello era un uomo!»
«Per fortuna Crestol mi ha aiutata a risalire la corda, altrimenti sarei rimasta ferma lì a farmi ammazzare. Non avevo né la forza né la voglia di muovermi, avevo tolto la vita a una persona! In quel momento, anche se sembra assurdo, ho pensato che lui potesse avere una moglie e dei figli che lo aspettavano a casa e che non lo avrebbero mai più rivisto per colpa mia. Avrei voluto morire io stessa, ma…»
«Ma non sei morta e non dovrai farlo ancora per molto tempo» concluse Gavren, che aveva udito a sufficienza «tutti noi abbiamo vissuto sensazioni simili la prima volta che siamo stati costretti a uccidere. Sì, anche tu Amildren, e cerca di essere serio per un attimo, per cortesia. Non avrei mai ritenuto probabile che tu dovessi difenderti con la forza, Streelar, ma anche in quel caso ti avrei scelta nella mia squadra, perché sei una donna forte ed estremamente importante, fondamentale per la buona riuscita del piano. Come infatti hai dimostrato.
«Ora non autocondannarti per quello che è accaduto. Ogni giorno, da sempre, decine di persone perdono la vita a causa dei Religiosi e degli ardmala. Pensa alle vittime della folla a Tyrloil, le morti più assurde che si possano immaginare; agli uomini malnutriti che cadono mentre lavorano nei campi, ai bambini che muoiono perché i genitori non hanno di che nutrirli, o alle misteriose sparizioni di chi critica apertamente l’ordine. La morte di quell’ardmal potrebbe significare la sopravvivenza di cinque, dieci persone innocenti. Potrebbe salvare una giovane ragazza dalla violenza sessuale, o un anziano dissidente da torture inumane.»
«Ma come possiamo porre fine alla violenza con altra violenza?» obiettò Streelar.
«Si chiama guerra» rispose Amildren, tornato serio dopo l’ultimo rimprovero.
«È orribile!»
«Ma non l’abbiamo voluta noi» le ricordò Gavren «non serve che ti spieghi come siamo arrivati fino a questo punto. Abbiamo portato avanti le idee dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri antenati per secoli fin dall’alba dei tempi. La diplomazia non ha mai avuto successo, l’unica lingua che i Religiosi sembrano comprendere è quella della violenza, la stessa che riservano a un popolo accecato e ammansito con le loro storielle. Ti piace la vita che si conduce nel Regno?»
«Assolutamente no, lo sai» confermò Streelar, tirando su col naso.
«Allora è necessario cambiarla, perché non piace a nessuno, se non al Manderley e alla sua cerchia di eletti. Noi lavoriamo per questo da sempre e dobbiamo accettare l’idea che un cambiamento radicale richieda sacrifici, lotte, sangue. Un giorno avremo la meglio e tutto questo sarà un ricordo, un prezzo che avremo pagato per comprare la serenità di un intero popolo. E quel giorno è più vicino che mai, dopo il risultato che abbiamo ottenuto ieri. Non credi?»
Streelar annuì, mentre Amildren fissava Gavren in uno stato di evidente, profonda ammirazione.
«Ora procediamo, perché la svolta per Alethya è cominciata ieri, ma non siamo che all’inizio.

“Algoritmi di Capodanno”, Stella Stollo

COPERTNA ALGORITMI

TITOLO: Algoritmi di Capodanno
AUTORE: Stella Stollo (BIO)
EDITORE: ARPANet

L’AUTRICE DICE CHE Una quarantenne, single con un matrimonio fallito alle spalle, è alla ricerca del grande Amore.
La storia si svolge in un piccolo paese immerso nel cuore verde dell’Italia, nel contesto degli insoliti locali che fungono da enolibreria e galleria-café, dove Cinzia lavora come art director, pur avendo una laurea in matematica.
Soddisfatta delle sue scelte professionali, la sua vita sentimentale fa però acqua da tutte le parti: gli unici appuntamenti che le fanno battere il cuore sono quelli virtuali con un perfetto sconosciuto, “incontrato” sul forum di un sito d’arte, che le invia cervellotiche e-mail nascondendosi dietro lo pseudonimo di Adrianomeis. Ma ecco che nell’ultima settimana di dicembre, mentre nella galleria-café fervono i preparativi per il cenone di capodanno, una serie di eventi ed incontri straordinari si inseriscono tra degustazioni di vini e cioccolato, assaggi di musica, reading di poesie e l’allestimento di una mostra d’arte frattale. Riuscirà a trovare l’uomo “giusto” seguendo la scia di segnali che solo apparentemente potrebbero sembrare coincidenze e che porteranno proprio nell’ultima notte dell’anno al risultato finale perfetto, come in un algoritmo.

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SCAMBIO DI MAIL

Alfeo mi colpisce ripetutamente il polpaccio con la testa miagolando, mentre verso i croccantini nella ciotola rossa. Mi sposto per farlo mangiare, ma lui prima mi ringrazia con gli occhi, poi getta uno sguardo alla ciotola blu ancora vuota e mi fissa di nuovo tra lo stupito e l’offeso.

«Hai ragione Alfeo, che sbadata!» mi scuso. «Hai sete? Vuoi un po’ di latte?» Prendo il cartone dal frigo e riempio la ciotola blu. Il gatto, soddisfatto, mi dà un’ultima zuccata nella gamba e poi si mette a mangiare.

Anche le mie piante devono avere sete, nell’ultima settimana non ho mai trovato il tempo per annaffiarle. A dire il vero sono molto stanca, la mezzanotte è passata da un pezzo e la serata è stata piuttosto intensa, però non posso andarmene a letto e ignorare l’evidente disagio delle piante. Non sarebbe giusto fare finta  di niente solo perché non hanno mezzi per protestare, non miagolano e non mi vengono addosso come fa Alfeo.  Sbadiglio e riempio d’acqua la caraffa.

Inizio da quelle che bevono di più, ma è meglio che dia un goccetto anche alle orchidee e alle succulente. In inverno mi sembra di abitare in un vivaio, perché oltre alle abituali piante d’appartamento sono costretta a rimettere anche quelle della terrazza. Alfeo ha smesso di mangiare e ora mi segue passo passo, in tutti gli angoli del soggiorno. «Non mi venire tra i piedi, mi fai inciampare» lo rimprovero mentre lo accarezzo sul mantello morbido e tigrato. L’amore per i gatti l’ho sempre avuto, innato e istintivo. Le piante invece ho imparato ad amarle negli ultimi anni. Nel mio piccolo appartamento di Berlino, dove ho vissuto per tre anni prima di ritornare all’ovile, ho iniziato a compiere alcuni esperimenti di giardinaggio fino a sviluppare pian piano una vera e propria passione per verde e fiori. Non avrei mai pensato che le piante fossero capaci di ricambiare i miei sentimenti in modo altrettanto appassionato. E invece sono gli unici esseri viventi capaci di esprimere amore allo stato più puro e nel suo significato più profondo, che è quello di elargire gioia incondizionata ed esente da calcoli e aspettative. Sulle piante grasse a volte sbocciano fiori dalle forme più varie e belle e dai colori più intensi che io abbia mai visto, fiori che possono durare anche un solo giorno o addirittura poche ore. Se in quel momento sei lì, non distratto da altre cose, pronto ad accorgerti della miracolosa bellezza di quell’effimera vita, ricevi in dono un puro momento di commozione. Un breve istante di estasi, in cui però è dischiuso il senso dell’esistenza di tutte le cose. Un po’ come il turbamento, ma in chiave positiva, che coglie coloro che soffrono della sindrome di Sthendal di fronte alla bellezza di un’opera d’arte.

 

Prima di riempire la vasca per un bagno profumato e ristoratore, accendo il computer e scarico la posta di oggi. Quattro messaggi nuovi, due di Bottega Verde con favolosi sconti, uno di eDreams per una settimana bianca da sogno ed ecco, finalmente, quello che mi interessa: una lettera di Adrianomeis.

 

Da: adrianomeis@free.it        Oggetto: Che Tempo!

 

Cara Cinzia,

piove, piove e ancora piove! Ma non è solo questione di tempo meteorologico, ti confesso che la tua lettera di ieri mi ha  un po’ rattristato. Ti stimo molto e mi dispiace saperti così malinconica e apatica, quasi un naufrago trascinato chissà dove dalle onde dell’Oceano. Essendo, seppur a malincuore, anch’io un essere umano mi sono ritrovato più volte come te a preoccuparmi del Tempo che passa. Anche se, devi rendermene atto, a renderci inquieti non è tanto il fatto che un giorno in più si è addizionato al passato lasciandoci una nuova ruga…

 

Do una grattatina alla pancia del gatto che fa le fusa sui miei piedi. «Hai capito Alfeo? Ci si mette anche questo oggi a parlarmi di rughe!»  Riprendo la lettura:

 

…quanto piuttosto il fatto che dobbiamo sottrarre un altro giorno al futuro che ci rimane a disposizione. Ma  passato e futuro hanno un senso? Purtroppo la nostra condizione di umani ci fa pensare al Tempo nei termini di una marcia a senso unico e irreversibile. Come diceva Kierkegaard, uno che della condizione umana si è lamentato non poco, La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti. A questo punto comprendo che sarebbe vano il mio tentativo di consolarti ricordandoti che, secondo gran parte della fisica moderna, la freccia del Tempo diretta in avanti è solo il risultato della legge dell’entropia, o seconda legge della termodinamica, sull’evoluzione del cervello umano. La nostra mente incanala gli eventi e li colloca nella stessa direzione in cui siamo abituati a disporre l’espansione lineare dell’Universo dal Big Bang in poi. E probabilmente non riuscirò a consolarti nemmeno ricordandoti che l’ Universo potrebbe essere solo un piccolo pezzo incastrato  in un puzzle  molto più grande e che nel Multiverso il concetto di Tempo è quasi certamente diverso dal nostro.

Se, come prevedo,  tutto ciò non ti è d’aiuto e di consolazione, proverò con una frase del caro, vecchio Einstein: Non penso al futuro, arriva così presto. Che tradotto in parole volgari, anzi in parole latine, significa Carpe Diem.

Nuota, Cinzia! Non ti lasciar trasportare dalle onde dell’Oceano, trova e segui la tua direzione!

Un caro saluto,                                                                Adrianomeis.

 

  Vado in bagno, senza spegnere il computer. Apro l’acqua del rubinetto della vasca, miscelo il calore al punto giusto e intanto scelgo tra i flaconi e le bottiglie sulla mensola. Ci vuole qualcosa di speciale per concludere questa giornata. Il bagnoschiuma agli agrumi mi pare troppo energizzante, quello al mughetto troppo sdolcinato, quello al tè verde troppo estivo, ci sono,  niente di meglio di arancia e cannella. Ne verso un po’ sotto il getto dell’acqua e aspiro gli aromi che si  sprigionano, caldi e stuzzicanti. Anche se sono stanca, devo rispondere ad Adrianomeis. Si merita sempre una risposta. L’ho conosciuto sul forum  di un sito d’arte circa un anno fa, appena tornata a vivere in Italia  mi sentivo piuttosto sola e frequentavo volentieri chat e forum virtuali. La nostra prima conversazione sull’interpretazione di John Malcovich nel ruolo di Klimt aveva ben presto assunto un tono tra il matematico-fisico e il meta-fisico, tanto da indurmi a lasciargli il mio indirizzo e- mail. Da allora ci scriviamo regolarmente e lui, ma potrebbe essere lei, dato che Adrianomeis è chiaramente un nick e non mi ha mai parlato di sé né della sua vita privata, ha sempre qualcosa da dirmi. Su qualsiasi argomento. Lascio scorrere l’acqua e ritorno al computer.

 

Da: cinzia.s@tele3.it

Oggetto: Re: Che Tempo!

 

Ciao  Adrianomeis,

innanzitutto grazie per i tuoi continui tentativi di farmi elevare al di sopra della meschinità  quotidiana. Ma a dire il vero oggi è stata una giornata eccezionale. Era cominciata male, poi ho incontrato ben due persone speciali e con una di loro ho potuto conversare addirittura della serie di Fibonacci e di matematica nascosta nell’arte. Mi sorge un dubbio, non sarai mica stato tu in incognita?

Comunque, sono troppo stanca e ti racconterò i dettagli un’altra volta. Per ora, volevo solo dirti questo: mentre felice per i fatti di cui prima annaffiavo cactus e orchidee, mi è venuto in mente che la mia abbastanza recente ammirazione per le piante possa essere intimamente collegata all’interesse per l’arte, che ho pazientemente coltivato negli ultimi anni e che mi ha resa  capace di cogliere  la sacra energia creatrice. Non potendo per la mia natura di agnostica attribuire l’energia creatrice ad un dio umanoide con la barba bianca, la avverto vibrare ovunque essa si renda sensibile e avvertibile con la sua magnifica attività, che siano il rosso e il nero abbracciati sulla tela, che siano le note armonizzate in una melodia, che sia il fiore dell’agave scosso dal vento, ogniqualvolta l’energia creatrice trasforma il caos in bellezza. Pensi che io sia una irriducibile folle?

A presto,                                                                            Cinzia.

 

  Clicco su Invia  a torno in bagno. Chiudo l’acqua, accendo una candela profumata alla mela e cannella e la sistemo sul bordo della vasca, per aumentare l’effetto dell’aromaterapia. Mi strucco e mi detergo il viso, mi spoglio, prima di entrare in vasca decido di spalmarmi sul volto una maschera antistress alle alghe e malachite che mi ha regalato Elisa per Natale e che non ho ancora provato. Ora sono pronta, però non resisto alla curiosità di vedere se Adrianomeis ha già letto la mia lettera. Così conciata, torno al computer e trovo ben due e-mail, una è la conferma di lettura e una è addirittura la risposta.

“Sabbie Mobili”, Rita Parisi

cop sabbie mobili
TITOLO: Sabbie Mobili
AUTORE: Rita Parisi (BIO)
EDITORE: Butterfly Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE il primo ricordo che Chiara conserva di suo padre è un canotto verde e azzurro, una giornata al mare, la paura e l’emozione dell’imparare a nuotare; sullo sfondo, come in una fotografia, il volto austero di sua madre. Molti anni dopo, Chiara è su un treno per Trieste, adesso che la scoperta della sua sterilità, la depressione e i tradimenti hanno distrutto il matrimonio con Marco e che tutta la sua vita si è accartocciata come un foglio vecchio. E lì, sul treno, Chiara lascia scorrere i ricordi come un film dietro il finestrino per poi ritrovare, tra di essi, l’atroce verità che le ha cambiato la vita. Sabbie mobili è la fotografia di un’assenza, il ritratto in chiaroscuro di due madri mancate e di un amore segreto. La scrittura vellutata di Rita Parisi sa accarezzare con delicatezza temi scottanti come la sterilità e la depressione ed è, al tempo stesso, il fil rouge che lega i destini dei protagonisti nel loro fatale rincontrarsi e perdersi nel tempo.

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INCIPIT

Il canotto è verde e azzurro, sembra una grossa ciambella che mio padre tiene con una sola mano.
La guardo volare la ciambella quando con uno scatto rapido lui la fa scivolare in mare.
Non sto nella pelle, eppure ho paura. Un paura fottuta.
Mio padre mi sorride emozionato.
“E’ tutto tuo, Chiara. Puoi salirci.”
Quasi me la faccio addosso. Fisso quel canotto che galleggia sulla superficie dell’acqua e resto imbambolata per un po’. Poi mi guardo intorno. Fusti sbilenchi piantati nella sabbia, gli ombrelloni, imponenti, dai colori vivaci e brillanti. Sdraio e lettini disposti in fila, ad accogliere corpi mollicci e sudati. Odore d’estate. Di cocomero e riviste sfogliate pigramente da mani annoiate. La spiaggia è un groviglio di gente. Piccole sagome trafitte dal sole. Un sole aggressivo, che nella sua fierezza mi fa sentire piccola e inutile. Una giornata d’agosto che brucia la pelle.
Faccio qualche passo verso il canotto. Verso le speranze di mio padre. Lui sembra intuire il mio disagio.
“Ti aiuto io a salire.”
Mio padre mi solleva di peso. Mi fa volteggiare, come una bambola.
“Com’è bella la mia bambina!” Esclama, ridendo.
In un attimo sono nel canotto e dondolo ad ogni onda, calma e serena. Allungo lo sguardo, cercando di riconoscere mia madre tra le forme indistinte che affollano il lido. L’ho lasciata sdraiata sul suo telo turchese, ad abbronzarsi. Profumava di crema solare, con i capelli raccolti in una coda alta e stretta. Mio padre le ha chiesto di venire con noi, lei ha sbuffato. Eppure sono sicura che sarebbe orgogliosa di me se mi vedesse adesso, impavida su questa ciambella, a sfidare la corrente. Voglio che sia orgogliosa di me, mia madre. Mi sporgo un po’, stringendo le palpebre. Eccola, è lei, è in piedi e fuma con voracità, guarda nella mia direzione. Mi sporgo ancora un po’, faccio per alzare la mano e salutarla, quando un’onda più alta delle altre mi sorprende. Il tempo di chiudere gli occhi. Un attimo e sono già in acqua, scivolando sempre più giù. Non so nuotare. Annaspo. Mi agito. Sto per morire, penso, bevendo a più non posso. Non voglio morire, penso poi e, con tutta la forza che ho, riesco a tornare su.
Le braccia di mio padre mi accolgono sicure.
“Stai bene, piccola mia?”
Mia madre è dietro di lui, con il viso impassibile e la sua sigaretta tra i denti. Resta in silenzio, in disparte, quasi non fossi sua figlia. Quasi fosse una spettatrice qualunque di quel pericolo scampato, una tra tante, in quella calca di curiosi con le braccia al cielo a ringraziare Dio, gridando al miracolo.
Respiro a fatica, sputando il sale che ho bevuto. Ansimante, a trattenere il pianto. Con la faccia schiacciata sul petto di mio padre. Avvinghiata a lui, in una stretta che mi pacifica.
La sua voce è ferma e trasparente. Sembra entusiasta.
“Va tutto bene, hai imparato a nuotare!”
Il primo ricordo di mio padre.
La prima volta che ho odiato mia madre.