[BIOGRAFIA] Jury Livorati

Jury Livorati è nato nel 1985 a Viadana (MN), dove attualmente risiede con la moglie e i due figli. Laureato in Biologia Molecolare, lavora come impiegato ed è membro dell’Associazione Culturale VecchioBorgo. Appassionato di lettura e scrittura, autopubblica la raccolta di racconti “Paura Paranoia Pazzia” (2007, Lulu) e il romanzo “M@rcello” (2011, Photocity). Il romanzo “L’eredità” (2012, 0111 Edizioni) segna per lui l’ingresso ufficiale nel mondo degli scrittori emergenti, un’esperienza a cui la trilogia di Alethya, iniziata con Il Ritorno di Beynul (2013, 0111 Edizioni), dà continuità.

Su TasteMyBook potete leggere brani tratti da Il Ritorno di Beynul.

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[BIOGRAFIA] Stefania Trapani

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Stefania Trapani, milanese, scrive diari dall’età di quattordici anni, quando inizia ad avvertire il bisogno di trattenere i suoi veloci pensieri e incanalarli nella direzione del racconto e della poesia. Sposata con Giorgio Molteni, noto violinista milanese, ha due figlie: Giorgia Maria e Giulia Rose. Durante la sua permanenza a Los Angeles, nel 2002, inizia a modificare il suo modo di scrivere, raccontando le sue esperienze non più attraverso la diaristica ma avvicinandosi sempre più alla dimensione del romanzo. Pubblica la sua prima opera nel novembre 2012 con Edizioni Montag, intitolata “Portata dal vento”, e la seconda opera intitolata “Alla fine dei sogni” con 0111 Edizioni nel luglio 2013. Il suo sito è www.stefaniatrapani.it.

Su TasteMyBook potete leggere brani tratti da Alla fine dei sogni.

E voi? Conoscete Stefania e volete dirci qualcosa su di lei? O desiderate porle qualche domanda? Fatelo qui nei commenti!

“Alla fine dei sogni”, Stefania Trapani

FRONT.alla fine dei sogni

TITOLO: Alla fine dei sogni
AUTORE: Stefania Trapani (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTRICE DICE CHE Michela e Silvia sono inseparabili amiche ventinovenni che nell’agosto del 2010 si trovano ad avere due grossi problemi. Michela, mamma della piccola Gaia, lotta da nove mesi contro un tumore al seno. Alla fine delle terapie, quando la situazione dovrebbe essere risolta, le vengono diagnosticate tre millimetriche metastasi celebrali. Quando viene a saperlo, Silvia si trova al supermercato e sviene; a seguito degli accertamenti a cui viene sottoposta, scopre di essere incinta. Nonostante “Alla fine dei sogni” tratti degli argomenti molto impegnativi, quali la malattia, l’aborto, arrivando a spingersi fino ai pericolosi confini della morte, ha comunque un ritmo incalzante, in alcuni punti è anche divertente, come le sue protagoniste che non perdono mai quell’autoironia, fondamentale in questo genere di dramma. Ma questo romanzo è soprattutto la storia di un’amicizia sincera. È proprio per questa amicizia che è nato. Ed è di questa amicizia che vuole parlare.

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DUE VITE IN SOSPESO TRA LA VITA E LA MORTE

Silvia arrivò da Michela che era molto tesa. Nemmeno la veloce corsa in auto l’aveva aiutata a scaricare tutta quella tensione; le notizie trovate su internet erano sconvolgenti.
Anna le aprì la porta con un sorriso.
«Vieni Silvia. Siamo appena arrivate.»
Zia Giulia spadellava in cucina, Gaia giocava sul tappeto ai piedi di Michela, e lei se ne stava accovacciata sul divano. Sembrava guardasse l’enorme televisore che aveva di fronte, ma in realtà stava fissando il vuoto.
Non l’accolse come sempre, col suo bel sorriso, ma ne accennò uno.
«Ciao Ughino…»
L’euforia delle dimissioni aveva lasciato il posto a qualcos’altro.
Sembrava un uccellino seduta in quel modo. Era più magra che mai, indossava una canottiera nera che le dava un certo tono grintoso, ma evidenziava il suo unico seno. Silvia ripensò a quante volte avevano fatto il bagno insieme, da ragazzine. Al ricordo di quei suoi magnifici seni, che non c’erano più, le venne il magone. Ma non era quello il momento di piangere e lo mandò giù.
«Allora ti hanno spaventata quei maledetti…» disse rompendo il ghiaccio.
«Sì. L’onco-gnocco mi ha assicurato che non è nulla di grave, ma io non sono affatto tranquilla. Ce l’ho qui, capisci?» disse indicandole un punto sulla fronte.
«Gli è sfuggita una cellula, mi ha detto. Ma quanti organi ha attraversato, questa cellula, prima di arrivare qui?» e ribatté col dito sulla fronte.
«Dai Michela, se ti hanno detto che è una stupidata, non può essere che così.»
«Sì, sono tre noduli millimetrici. Ma ho paura. Il cancro ha camminato… non avevo ancora terminato le cure quando si è mosso! E se la radioterapia non bastasse? Se il tumore mi tornasse di nuovo, da un’altra parte? Dove lo trovo il coraggio per affrontare tutti i controlli? Dovrò farne tutta la vita, capisci? E per i prossimi cinque anni ne avrò uno ogni tre mesi! Come potrò reggere tutta questa tensione? Non ce la faccio più, Silvia, non è vita questa…»
A quelle parole seguì uno spaventoso silenzio.
Erano gli stessi pensieri che avevano in mente tutti, ma che nessuno aveva il coraggio di esternare.
«Devo dirti una cosa…» disse Silvia, provando a distrarla.
A Michela brillarono gli occhi; era un essere curioso e per farla felice bastava svelarle un segreto.
Silvia seguì con lo sguardo Anna, che gironzolava intorno a loro, ed esitò a parlare.
«Mamma» disse Michela in tono di biasimo «ma non hai ancora chiamato la nonna? Cosa aspetti a dirle che mi hanno dimessa?»
«É vero! La nonna!»
E appena Anna corse nell’altra stanza per telefonare a sua madre, Silvia vuotò il sacco.
Lo fece in modo diretto, come sempre, come una fucilata.
«Sono incinta.»
Si guardarono serie.
«E di chi?» chiese Michela, scoppiando a ridere.
«Ma che ne so, Pina!»
Non riuscivano a smettere di ridere.
«E adesso a tuo padre chi glielo dice?»
Il padre di Silvia era notoriamente un uomo all’antica, il tipico siciliano di fine ottocento che avrebbe preferito morire piuttosto che avere una ragazza-madre per figlia.
«Non lo saprà mai, Michela» disse Silvia, tornando seria «non lo terrò.»
Michela annuì.
«La scelta spetta soltanto a te. Però pensaci bene. Potresti pentirtene un giorno.»
«Penso che mi pentirei di più se decidessi di tenerlo.»
«Certo, nel momento in cui tuo padre stesse per ammazzarti te ne pentiresti eccome!»
E ricominciarono a ridere.

A guardarle da lontano riuscivano ad apparire, nonostante tutto, due ragazze spensierate. Complice la bellezza stralunata che le caratterizzava e la tendenza al riso, non si poteva facilmente intuire l’enorme peso che portavano dentro, a meno che non le si conoscesse bene.
Era stato un anno terribile per entrambe, pieno di sofferenza sia fisica che psicologica; il cancro di Michela, l’addio di Giorgio, e ora quella catastrofica gravidanza…
Non fosse stato per Gaia, probabilmente non l’avrebbero nemmeno superato un anno così.
Ma se si aveva la possibilità di osservarle un po’ più da vicino, non si poteva non notare l’orrore che portavano dentro. I loro occhi non ridevano più, e anche il colorito bianco/giallognolo, che aveva preso il posto dell’abituale pallore lunare, diceva molto della loro situazione reale.
Erano devastate.
Una che lottava da nove mesi contro un tumore al seno, che alla fine di quelle torture le aveva regalato tre belle metastasi al cervello. L’altra col cuore in frantumi e incinta di chissà chi. Che certo, i due problemi non erano proprio paragonabili, ma in entrambi i casi c’era una vita di mezzo che vacillava spaventosamente, e c’era tanta, tanta nausea.
Restavano comunque due bellissime ragazze, nonostante il colorito spento, le occhiaie, e i visi un po’ smunti. Con quel nuovo aspetto sciupato, tra l’altro, sembravano assomigliarsi ancora di più. Non erano sorelle di sangue, in realtà non c’era alcuna parentela tra di loro. L’unica cosa che le accomunava erano i padri siciliani. Ma erano cresciute insieme, e questo faceva di loro due sorelle. Si frequentavano da quando erano in fasce, anche per questo le loro voci erano pressoché identiche. Avevano gli stessi toni, le stesse cadenze, addirittura il timbro della loro voce era il medesimo. Perfino le loro mamme, quando le sentivano parlare al telefono o al citofono, le confondevano.
Oltre alla stessa voce avevano anche la stessa altezza.
Era incredibile come entrambe fossero alte un metro e sessantanove, né un centimetro in più, né uno in meno. Forse perché avevano frequentato le stesse scuole, praticato gli stessi sport… forse era questo il motivo di una tale bizzarra coincidenza.
E poi null’altro le accomunava.
Erano anzi l’una l’opposto dell’altra; sembravano due immagini speculari a guardarle bene.
Michela aveva i capelli nerissimi, Silvia biondissimi. Il taglio e la lunghezza erano però gli stessi: lunghi fino alle spalle con la frangetta portata di lato, fino a prima che Michela li perdesse; rasati a zero da quando la ragazza si era dovuta sottoporre alla chemioterapia. Anche in quell’occasione Silvia aveva seguito la sua amica, un po’ per solidarietà, pensando che in quel modo l’avrebbe fatta sentire meno malata, ma anche perché si sarebbe sentita meno se stessa con un taglio di capelli diverso da quello della sua Michela.
In effetti, in quel modo, il radicale cambiamento d’immagine fu meno traumatico per entrambe.
Non fu semplice per nessuna delle due passare dai capelli lunghi al nulla, o quasi. Ma si fecero coraggio a vicenda, trovandosi poi a scoprire che quel taglio, o meglio quella rasatura, non stava affatto male, ma anzi valorizzava ancor più i loro visi da ninfe e i loro sguardi lucenti.
Gli occhi di Michela erano scurissimi, come i suoi capelli. Erano di un purissimo nero che, come la notte, tendevano inevitabilmente al blu.
Quelli di Silvia erano invece chiarissimi, di un colore indefinito molto simile al ghiaccio, che in base alla luce o agli umori sfumavano sul grigio, l’azzurro, o il giallo.
Avevano entrambe stranissimi occhi, molto diversi tra di loro, ma in entrambi i casi di un colore che si confondeva con quello dei loro capelli. E qualunque cosa guardassero, lo facevano allo stesso modo.

“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (2)

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TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL GIOVANE CNEER

Ad Aletstar viveva un giovane Tecnico, dotato di una facoltà molto particolare e con pochi precedenti noti. Egli era in grado di leggere nel pensiero, con la sola limitazione di potersi concentrare su due o tre persona alla volta e di necessitare di una sorta di loro approvazione. Nessuno si era ancora spiegato a fondo come funzionasse; in ogni caso, per fare in modo che Crestol sentisse, occorreva inviargli un pensiero direttamente. Lui stesso si definiva come un “cacciatore di animali domestici”. Solo in rare occasioni captava pensieri casuali.
Nonostante la giovane età, Crestol manifestava da tempo il desiderio di unirsi al fronte operativo dei Tecnici, a coloro che agivano per contrastare i Religiosi e guadagnare il consenso della gente. I suoi genitori non approvavano queste tendenze; sua madre era dotata di poteri, mentre suo padre era un uomo comune, ma entrambi preferivano vivere da persone qualunque, senza combattere per cambiare il mondo. Si erano opposti allo spirito battagliero di Crestol sin dalle prime avvisaglie, ma erano sufficientemente saggi da sapere che tarpare le ali a un giovane pieno di sogni e speranze non avrebbe portato a nessun risultato positivo. Alla fine avevano acconsentito che seguisse altri Tecnici per imparare da loro, tuttavia continuavano a vivere nel timore e si auguravano che l’esperienza diretta convincesse Crestol ad abbandonare l’azione.
Gli altri Tecnici di Aletstar furono ben contenti fin da subito di accogliere un giovane speranzoso e pieno di energia. La sua particolare facoltà risultava inoltre molto interessante e potenzialmente decisiva. Non passò infatti molto tempo prima che, da semplice spettatore, Crestol si trasformasse in una pedina importante per l’azione dei compagni.
I problemi legati alla città di Mistar, ancora fortemente radicata alla tradizione e perciò a rischio di rivolte popolari o di interventi degli ardmala, rendevano necessarie misure cautelative per i Tecnici che vi operavano. A Crestol era stato affidato il compito di agire in incognito, appostandosi in zone strategiche della città o appena fuori dalle mura, in ascolto dei suoi compagni in servizio. In caso di imprevisti, Crestol avrebbe potuto ricevere l’allarme silenzioso e radunare quanto prima i rinforzi dalla vicina Aletstar. In tempi recenti gli era stato affiancato Cneer, un altro giovane promettente, capace di correre a velocità impensabili e quindi ideale per fare da messaggero d’emergenza.
Nella pratica, l’entusiasmo di Crestol per il suo incarico era stato smorzato dalla calma piatta che caratterizzava ogni giornata. Da quanto gli avevano raccontato su Mistar, si era immaginato una città devastata dalla guerra civile e in cui fosse pericoloso anche solo passeggiare. In realtà non accadeva mai nulla, proprio come nella sua Aletstar, e non gli era mai capitato di ricevere un singolo pensiero di aiuto da Punyol o Gabraber, che erano i Tecnici operativi a Mistar. In alcune occasioni li sostituivano altri due uomini, un certo Amildren e un tale Pyelstron. Amildren, quasi coetaneo di Crestol, era solito inviargli pensieri e battutacce volgari, per divertirsi.
Anche quel mattino Crestol era in servizio. Passeggiava stancamente davanti alla porta principale di Mistar. In una giornata così noiosa l’unico sollievo era dato dal tempo meraviglioso e dal panorama che circondava la città. Le maestose montagne di Mistar, che delimitavano i confini settentrionali del Regno, l’altopiano a sud-est e le sconfinate pianure che si estendevano a sud-ovest.
Come spesso accadeva, Cneer non si era presentato; diceva che, se proprio doveva sprecare il proprio tempo, preferiva gironzolare in città o prendersi gioco dei cloy che abitavano vicino alle foreste ai piedi delle montagne, facendoli imbestialire per poi scappare alla sua irraggiungibile velocità. Crestol condivideva l’opinione che il compito loro assegnato fosse noioso e probabilmente inutile in tempi come quelli, ma non se la sentiva di venire meno agli impegni. Pensava che diventare un eroe non significasse essere sempre in azione, ma farsi trovare pronto al momento opportuno.
Quel giorno la sua pazienza venne ripagata e la sua concezione di eroismo trovò conferma. Seduto su una pietra affondata nel terreno e circondata dall’erba alta, giocherellava con un rametto, rigirandoselo tra le mani, quando udì qualcosa. In alcune occasioni gli era capitato di non discernere parole pronunciate da altre solo pensate e intercettate con la mente, ma in quel momento non ebbe dubbi che il messaggio giungesse da lontano.
“Gli ardmala ci hanno preso, hanno ammazzato Gabraber, ora tocca a me. Avvisa tu…”
A pensare era Punyol. Crestol scattò in piedi, il cuore in gola, senza sapere come comportarsi. Aveva avuto mesi per prepararsi a una situazione di emergenza, ma il panico gli offuscò la mente. Dapprima gli balenò l’idea di correre in città e cercare i suoi amici, ma se davvero gli ardmala avevano teso un agguato non avrebbero esitato a catturare anche lui, giovane, inesperto e soprattutto senza poteri da sfruttare per combattere.
Senza esitare oltre, cominciò a correre verso Aletstar.

“Il Ritorno di Beynul”, Jury Livorati (1)

PD1bSUhGpgjII=--

TITOLO: Il Ritorno di Beynul (Alethya – Libro Primo)
AUTORE: Jury Livorati (BIO)
EDITORE: 0111 Edizioni

L’AUTORE DICE CHE il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

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IL RIMORSO DI STREELAR

«Allora?» la incalzò Amildren «venendo al dunque? Come l’hai sistemato, quel bastardo?»
Gavren lo fulminò con un’occhiataccia.
«Già poco prima avevo rischiato di mandare tutto all’aria» continuò Streelar, come se nessuno l’avesse interrotta «un altro ardmal mi aveva fermata, notando che mi facevo largo tra la gente, e se solo avesse chiesto di esaminare il mio sacchetto di mele o se mi avesse costretta a rimanere più indietro… poi mi ha lasciata andare, ma promettendomi che mi avrebbe raggiunto a casa per abusare di me, così…»
«Che gran animale!» commentò Amildren.
«Così il tutto si è sommato, la tensione per il rischio corso, la paura, la rabbia verso quella guardia e il disgusto nel pensare a come abusano del loro potere. È stato come se ogni emozione si traducesse in energia e questa energia trovasse come valvola di sfogo il mio piede. Io… ho spinto la gamba che era rimasta libera con tutta la forza che avevo e ho colpito in pieno volto l’ardmal che mi stringeva.»
«Che donna!» sorrise Amildren, ignorando Gavren e i suoi continui sguardi.
«Ho distolto subito l’attenzione, ma non abbastanza in fretta» proseguì Streelar, che non rideva, anzi aveva cominciato a piangere angosciata «ho fatto in tempo a vedere l’elmo che cadeva, il collo che si piegava all’indietro, il sangue che schizzava dal naso e dalla bocca sulla mia gamba, un dente che si staccava. E lo scricchiolio che ho sentito sotto al piede, le ossa del volto che si rompevano… la stessa sensazione di quando schiaccio un insetto, ma quello era un uomo!»
«Per fortuna Crestol mi ha aiutata a risalire la corda, altrimenti sarei rimasta ferma lì a farmi ammazzare. Non avevo né la forza né la voglia di muovermi, avevo tolto la vita a una persona! In quel momento, anche se sembra assurdo, ho pensato che lui potesse avere una moglie e dei figli che lo aspettavano a casa e che non lo avrebbero mai più rivisto per colpa mia. Avrei voluto morire io stessa, ma…»
«Ma non sei morta e non dovrai farlo ancora per molto tempo» concluse Gavren, che aveva udito a sufficienza «tutti noi abbiamo vissuto sensazioni simili la prima volta che siamo stati costretti a uccidere. Sì, anche tu Amildren, e cerca di essere serio per un attimo, per cortesia. Non avrei mai ritenuto probabile che tu dovessi difenderti con la forza, Streelar, ma anche in quel caso ti avrei scelta nella mia squadra, perché sei una donna forte ed estremamente importante, fondamentale per la buona riuscita del piano. Come infatti hai dimostrato.
«Ora non autocondannarti per quello che è accaduto. Ogni giorno, da sempre, decine di persone perdono la vita a causa dei Religiosi e degli ardmala. Pensa alle vittime della folla a Tyrloil, le morti più assurde che si possano immaginare; agli uomini malnutriti che cadono mentre lavorano nei campi, ai bambini che muoiono perché i genitori non hanno di che nutrirli, o alle misteriose sparizioni di chi critica apertamente l’ordine. La morte di quell’ardmal potrebbe significare la sopravvivenza di cinque, dieci persone innocenti. Potrebbe salvare una giovane ragazza dalla violenza sessuale, o un anziano dissidente da torture inumane.»
«Ma come possiamo porre fine alla violenza con altra violenza?» obiettò Streelar.
«Si chiama guerra» rispose Amildren, tornato serio dopo l’ultimo rimprovero.
«È orribile!»
«Ma non l’abbiamo voluta noi» le ricordò Gavren «non serve che ti spieghi come siamo arrivati fino a questo punto. Abbiamo portato avanti le idee dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri antenati per secoli fin dall’alba dei tempi. La diplomazia non ha mai avuto successo, l’unica lingua che i Religiosi sembrano comprendere è quella della violenza, la stessa che riservano a un popolo accecato e ammansito con le loro storielle. Ti piace la vita che si conduce nel Regno?»
«Assolutamente no, lo sai» confermò Streelar, tirando su col naso.
«Allora è necessario cambiarla, perché non piace a nessuno, se non al Manderley e alla sua cerchia di eletti. Noi lavoriamo per questo da sempre e dobbiamo accettare l’idea che un cambiamento radicale richieda sacrifici, lotte, sangue. Un giorno avremo la meglio e tutto questo sarà un ricordo, un prezzo che avremo pagato per comprare la serenità di un intero popolo. E quel giorno è più vicino che mai, dopo il risultato che abbiamo ottenuto ieri. Non credi?»
Streelar annuì, mentre Amildren fissava Gavren in uno stato di evidente, profonda ammirazione.
«Ora procediamo, perché la svolta per Alethya è cominciata ieri, ma non siamo che all’inizio.